Gianni Infantino è arrivato alla Fifa nel 2016 per riportare il calcio alla normalità dopo la gestione torbida di Sepp Blatter. Dieci anni dopo deve difendersi dall’accusa di avere accentuato un tratto antico della Fifa, trasformando la presidenza della più importante organizzazione sportiva del mondo in un centro di potere personale capace di trattare con governi, corteggiare capi di Stato e muovere miliardi quasi come una piccola organizzazione internazionale.
Da qualche mese la battaglia sul suo futuro sta uscendo sempre di più dai confini del calcio. Il 2 settembre le federazioni di Danimarca, Finlandia e Svezia hanno scritto al commissario europeo allo sport Glenn Micallef chiedendo un incontro a Bruxelles sulla governance della Fifa. Vogliono discutere di trasparenza, processi decisionali e del modo in cui vengono prese scelte capaci di condizionare il futuro commerciale del calcio mondiale. È l’ultimo sviluppo di una crisi che in poche settimane è passata dalle stanze della Fifa ai tribunali americani e ora potrebbe arrivare nelle istituzioni europee. Da Zurigo la risposta è stata durissima: la Fifa ha accusato Uefa di condurre una smear campaign. Il Congresso del marzo 2027 è diventato l’orizzonte della resa dei conti.









