Il voto del Consiglio regionale veneto che ha approvato una legge sul fine vita, ripropone con forza un tema nello stesso tempo delicatissimo e inderogabile. Estrema delicatezza, complessità e urgenza come tutto ciò che riguarda quel passaggio conclusivo dell’esistenza al quale “nullu homo vivente pò scappare,” come scriveva Francesco nel suo Cantico delle creature. Delicatissimo per le sue conseguenze, per le modalità d’attuazione, per la concreta possibilità che venga inquinato da interessi e raggiri. Eliminiamo però questi elementi di cui una legge dovrebbe naturalmente tenere conto; qui possiamo isolare il fatto in sé per meglio scrutarlo, se così posso dire, nella sua nudità. Tempo fa si ripeteva spesso quel frammento del pensiero di Epicuro secondo il quale non si deve temere la morte perché quando ci siamo noi la morte non c’è; viceversa, quando c’è la morte non ci siamo noi. Quindi, non ha senso averne paura dal momento che non la incontreremo mai.
Brillante ragionamento, però sbagliato. Per molti, compreso me, la vera inquietudine non è la morte in sé ma il morire, lì è il vero problema. Essendo avanti negli anni ciò che più temo è una lenta agonia attaccato ai tubi, ora cosciente ora no, giornate ridotte alle elementari funzioni fisiologiche, albe e tramonti al di là dei vetri, notti segnate dalle chiamate dei degenti alle infermiere, passi affrettati nel corridoio, la visita mattutina dello specialista che sorride gioviale “Oggi come va?”. Come vuole che vada, professore. Le rimbalzo io una domanda: è vita questa? Per un essere umano offeso nel corpo ma che conserva intatta la sua lucidità? Davvero lei definirebbe questa una vita degna d’essere vissuta? Mi chiedo in nome di quale principio profondamente etico si possa infliggere ad un essere umano la peggiore delle torture privandolo della possibilità di decidere da sé il suo destino.














