“Un atto estremo e doloroso, al quale non avremmo mai voluto fare ricorso”, ma “dovuto e inevitabile”. Nicola Convertino, presidente dell’Aigi, l’associazione che riunisce le imprese fornitrici e in appalto dell’ex Ilva di Taranto, commenta così l’invio ai sindacati delle 28 lettere con cui si licenziano più di 2.500 lavoratori dell'indotto. Convertino parla di “diretta conseguenza” della scadenza per la chiusura dell’area a caldo fissata al 28 ottobre prossimo dalla Corte d’Appello di Milano per le sue ricadute ambientali e sanitarie. “Siamo giunti a questo punto per la totale assenza di una ragionevole programmazione che avrebbe potuto mettere in sicurezza le nostre aziende”. L’estremo tentativo è stato fatto venerdì 4 settembre, quando i sindacati metalmeccanici Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno chiesto un incontro “urgente” alle rappresentanze delle stesse imprese. L’incontro avrebbe dovuto “analizzare le criticità generatesi nel sistema di appalto e indotto di Acciaierie d’Italia”, attuale nome dell’ex Ilva, dopo il decreto della Corte d’Appello che aveva predisposto la chiusura dell’area a caldo nello stabilimento di Taranto. I sindacati chiedono che il tema dell’appalto e dell’indotto entri nel confronto con il governo, in programma a Palazzo Chigi l’8 settembre. A margine del Forum The European House-Ambrosetti di Cernobbio, il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha detto di augurarsi che la manifestazione d’interesse per le sorti dell’impianto della cordata italiana, composta da 14 aziende siderurgiche, si trasformi in un’offerta vincolante da confrontare con quelle già sul tavolo di Jindal e del fondo statunitense Flax.Nei giorni scorsi Aigi aveva già annunciato che le aziende dell’indotto stavano preparando i licenziamenti, come ha ricordato Convertino: “Stiamo raccogliendo noi le adesioni. Sono diverse imprese. Lo devono fare ed attuare tutte le cautele per arrivare pronte al 28 ottobre”. Poco dopo mezzogiorno, il 4 settembre, le comunicazioni vengono trasmesse ai sindacati. “Dietro ciascuna c’è una persona; dietro ogni persona, quasi sempre, c’è una famiglia. E dietro molte di esse vi sono dieci, venti, trent'anni di lavoro condiviso. Per questa ragione, oggi non intendiamo parlare soltanto di numeri, ma di una sconfitta industriale, politica, economica e, soprattutto, umana”, osserva il presidente di Aigi, “una fabbrica di questa portata avrebbe meritato una sorte diversa”.Tempestivo l’intervento dei sindacati che si sono rivolti direttamente alla Premier, che il 4 settembre è attesa a Bari per festeggiare il record del governo più longevo della storia repubblicana. La Fiom parla di “rischio bomba sociale”: nella lettera si legge che nessun governo dal 2012 ha predisposto una seria transizione ecologica ma si è sempre intervenuti con “decreti d’urgenza per rinviare il problema”. Sul confronto con l’esecutivo il sindacato rilancia: “Il prossimo 8 settembre a Palazzo Chigi il governo dovrà necessariamente dare risposte” e chiarire “se intenda chiudere un sito d’interesse strategico”. Sulla stessa linea anche Ferdinando Uliano, segretario generale Fim-Cisl, che aggiunge che “solo attraverso decisioni coraggiose e condivise si potrà assicurare un futuro stabile a questa importante realtà industriale, a tutela della produzione e dei lavoratori”.Chiara Braga, capogruppo Pd alla Camera, attacca l’esecutivo: mentre si celebra la permanenza a Palazzo Chigi, restano senza risposta crisi industriali come quella dell’ex Ilva, salari in perdita di potere d’acquisto, sanità pubblica in difficoltà, caro-vita ed energia. Fratelli d’Italia replica con il deputato Giovanni Maiorano, che accusa il Pd di usare la vicenda dei 2.500 lavoratori dell’indotto per propaganda, ignorando una crisi trascinata per anni dai governi precedenti. L’esecutivo, afferma, lavora a tutelare produzione, occupazione e imprese.
Ex Ilva, 2500 lettere di licenziamento per i lavoratori dell'indotto. Convertino (Aigi): "Un atto estremo e doloroso, al quale non avremmo mai voluto fare ricorso"
In vista della chiusura dell'area a caldo prevista per il 28 ottobre prossimo, le imprese fornitrici e in appalto chiudono i contratti. Per i sindacati è "risch










