Spendere di più non significa automaticamente essere pronti. In appena cinque anni gli Stati membri dell’Unione europea hanno aumentato di quasi l’80% la spesa combinata per la difesa – risorse tolte a welfare e transizione ecologica –, ma la frammentazione dei sistemi nazionali, lo scarso coordinamento politico e le strozzature industriali rendono ancora difficile raggiungere l’obiettivo della piena prontezza militare entro il 2030.
A lanciare l’avvertimento è la Corte dei conti europea, con la sua analisi La politica di difesa dell’Ue sotto i riflettori, che ha passato in rassegna opportunità e rischi della nuova politica di difesa dell’Ue. La situazione internazionale è cambiata radicalmente dopo l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, mettendo in evidenza scorte insufficienti di munizioni e missili, lunghi tempi di produzione, dipendenza da fornitori esterni all’Europa e problemi logistici.
La risposta è stata un forte aumento degli stanziamenti: le risorse annuali complessivamente destinate alla difesa sono passate da 262 miliardi di euro nel 2022 a 418 miliardi nel 2025. Nello stesso anno tutti gli Stati dell’Ue appartenenti alla Nato hanno raggiunto o superato l’obiettivo del 2% per le spese militari.






