A partire dal 2022-2023 il sistema finanziario americano ha iniziato a introdurre la narrazione delle potenzialità derivanti dall’intelligenza artificiale, ha finanziato investimenti e ha creato un settore che oggi è, assieme alla spesa pubblica al 7,5% del pil, il principale driver dell’economia.
«In realtà occorre sottolineare che in precedenti cicli di innovazione tecnologica, la crescita dell’economia è stata in media al 4%, mentre oggi facciamo fatica a produrre un 2% con massicci investimenti tecnologici e uno stimolo fiscale che solitamente è erogato in tempi di profonda crisi», sottolinea Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy, avvertendo che il capex AI non può fermarsi senza innescare una crisi sistemica.
Nella sua fase iniziale, il capex sull’AI è stato finanziato grazie al cash flow delle società tecnologiche monopolistiche, le uniche in grado di reggere l’impegno finanziario necessario, ma dalla fine del 2025 in avanti, come ben evidenziato nelle due ultime trimestrali delle società coinvolte, il meccanismo ha iniziato a mostrare le prime problematiche.
Utili gonfiati Analizzando, infatti, in dettaglio le trimestrali pubblicate, «si scopre che i profitti sono stati prodotti in modo consistente, in media il 65% del risultato, da rivalutazioni sulla carta di partecipazioni finanziarie», nota Novelli.







