Dietro la corsa dell’export italiano c’è (anche) un ministero degli Esteri che, grazie a una riforma sostanziale (e probabilmente culturale) scattata all’inizio dell’anno, affianca sempre più le aziende che guardano ai mercati internazionali. «Le nostre ambasciate non devono essere un luogo dove si fanno ricevimenti con tartine e dolcetti, ma luoghi operativi da dove prende il via un’azione a sostegno di tutte le imprese. Nessuna azienda italiana che guarda alle opportunità all’estero può e deve essere lasciata sola».
Sull’aereo che lo sta conducendo al Cairo – con lui la responsabile del Lavoro Marina Calderone e il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin -, in una giornata densa di appuntamenti che lo vedrà impegnato in un faccia a faccia con il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi e il ministro degli Esteri Badr Abdelatty, nei lavori della Commissione congiunta italoegiziana e in quelli dei Business Forum Italia-Egitto alla presenza di oltre cento aziende italiane, il vicepremier e ministro degli Affari esteri, Antonio Tajani, racconta quello che c’è dietro a un export che, nonostante le tante incognite geopolitiche, non ultima la crisi in Medio Oriente, continua a correre.







