Roma, 4 settembre 2026 – Più di trent’anni dopo il crepuscolo della Prima Repubblica, il voto di preferenza torna in Parlamento col paracadute. A due mesi dallo scivolone di Montecitorio, il centrodestra serra i ranghi e blinda in commissione Affari Costituzionali al Senato la sua nuova creatura elettorale. Il compromesso è un trionfo di equilibrismo: sulla scheda spicca il nome del capolista, intoccabile e ben isolato, seguito da una pattuglia di altri sei candidati tra cui l’elettore potrà esprimere fino a tre preferenze. Su questo meccanismo, che riproduce nei fatti il testo di luglio, si incaglia la parità di genere.
Con l’alternanza uomo-donna relegata dal secondo posto in giù, nei collegi in cui scatta un solo seggio il biglietto per Roma resta in tasca al prescelto dalle segreterie. Le quote rosa scivolano a puro esercizio di stile, l’obbligo del 60-40% sui capilista evapora e l’opposizione insorge, incassando il malumore di diverse parlamentari di maggioranza. A spegnere la protesta è la ministra delle Riforme, Elisabetta Casellati: "La rappresentanza delle donne è una grande responsabilità della politica. È la politica che poi decide, anche per il capolista, il collegio vincente e perdente, e si regola a seconda delle idee del partito". Tradotto: la parità si decide nelle stanze dei bottoni, non per legge.









