Era il 1963 quando Gloria Steinem, una delle figure più importanti del femminismo americano, morta il 3 settembre a New York all’età di 92 anni, si è “infiltrata” lavorando al Playboy Club di New York.
Era lo stesso anno in cui veniva pubblicato La mistica femminile di Betty Friedan, la teorica del femminismo della seconda ondata spesso definito: da quell’esperienza in un bastione della mascolinità, dove per un mese aveva lavorato con il costume di coniglietta, la giovane Steinem aveva prodotto un reportage in due parti per Show magazine. «Al centro di A Bunny’s Tale c’è la convinzione di Steinem che la rivoluzione sessuale sarebbe stata destinata a fallire se fossero stati solo gli uomini a poterla definire», ha scritto nel 2013 Nicolaus Mills sul Guardian, tornando a riflettere sul lavoro di quella che sarebbe diventata un’icona del femminismo globale.
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Nata a Toledo, in Ohio, nel 1934, Steinem si è trasferita nel 1960 a New York, dopo un periodo passato a lavorare in India: nel 1957, come ha raccontato lei stessa, aveva abortito in segreto in Inghilterra.
Al medico che aveva praticato l’intervento, Steinem ha dedicato il suo memoir My life on the road: «Al dottor John Sharpe di Londra, che nel 1957 – un decennio prima che i medici in Inghilterra potessero praticare legalmente un aborto per qualsiasi motivo diverso dalla salute della donna – si assunse il rischio considerevole di dare la raccomandazione medica per l’aborto a una ventiduenne americana in viaggio verso l’India. Sapendo solo che aveva rotto il fidanzamento nel suo Paese per andare incontro a un destino sconosciuto, le disse: “Devi promettermi due cose. Primo, non dirai a nessuno il mio nome. Secondo, farai ciò che desideri della tua vita”. Caro dottor Sharpe, credo che lei, che sapeva quanto fosse ingiusta quella legge, non avrebbe nulla in contrario se dicessi questo a così tanto tempo dalla sua morte: Ho fatto del mio meglio con la mia vita».










