Che cosa vedo negli occhi dei bambini di Gaza? Tanta tristezza, molti vivono scalzi e sporchi, ma vedo anche occhi che ridono perché si sentono amati e curati quando sono con noi, nelle attività del nostro oratorio, nelle nostre scuole aperte ai bambini cristiani e musulmani. Gaza sembra sparita dai titoli dei giornali, ma la catastrofe in atto non è affatto sparita. È come se dopo uno tsunami nessuno venisse in soccorso, anche se Gaza è triturata». Padre Gabriel Romanelli, argentino, 57 anni, da vent’anni è in Terra Santa e dal 2019 è il parroco dell’unica chiesa nella Striscia di Gaza. Sorprende la sua serenità, la sua capacità di sorridere anche tra le lacrime.Padre Romanelli, come è la situazione oggi a Gaza?«La situazione è drammatica per tutti. Tragica. Non c’è elettricità, non c’è acqua. Nonostante il cessate il fuoco i bombardamenti continuano, anche se non come prima. Però registriamo anche piccoli segni di miglioramento. Per esempio, adesso è permesso far entrare materiali per l’educazione, come libri e quaderni. Ma la vita, qui nella Striscia, è faticosissima».Mi diceva dei bambini.«Sì. Tanti vivono per strada. Quando si dice che la maggior parte della popolazione vive nelle tende, sembra quasi romantico, in realtà spesso sono teloni tirati lungo le strade a coprire pioggia e intemperie. Vedi ovunque bambini sporchi e senza scarpe, camminano senza una meta. Ma quando si vede tanta tristezza, si cerca di porvi rimedio. Quegli occhi tristi sono capaci di trasformarsi, riflettendo gioia e speranza. Quando si dà loro sicurezza e stabilità si sentono sicuri, e questo per loro è una grandissima cosa. Abbiamo un oratorio dove si gioca e avevamo tre scuole: due sono state distrutte, e stiamo cercando di far accedere alla nostra unica scuola mille bambini, cristiani e musulmani. Non sarà facile, ma stiamo facendo di tutto».È noto che Papa Francesco vi telefonava molto spesso. Lei sente anche Papa Leone? Cosa le dice?«Papa Francesco ci telefonava quotidianamente. Ogni giorno alle otto di sera. Proprio tutti i giorni! Quelle chiamate sono state una vera benedizione per noi. Un ragazzo mi ha detto: “Le telefonate di Papa Francesco sono una sorta di antidoto contro la disperazione”. Anche Papa Leone, fin dall’inizio, ha iniziato a chiamarci, ed è in contatto continuo con noi tramite messaggi. Ci ha telefonato diverse volte. Ci incoraggia, ci ringrazia per essere qui. Ci dice la sua preoccupazione e la sua preghiera. Noi, a nostra volta, lo ringraziamo per tutto quello che fa per arrivare alla fine di questa guerra».Come trascorrono la giornate nella sua comunità?«Cominciamo la mattina ringraziando il Signore e controllando che le batterie siano state sufficienti durante la notte. La maggior parte delle persone qui non ha nemmeno una piccola fonte di energia, e poi bisogna lottare per l’acqua: l’acqua per pulire, non potabile, e l’acqua da bere, quella potabile. È una lotta quotidiana, una enorme difficoltà. Per fortuna la nostra parrocchia ha un pozzo (speriamo continui) e riusciamo a purificare l’acqua: avevamo tre generatori, ce ne è rimasto uno. Riusciamo così a dare ogni giorno acqua potabile a 400 famiglie, e un po’ di energia alla scuola, alla clinica San Giuseppe, alle suore di Madre Teresa. Tutta Gaza vive in emergenza, e avrebbe bisogno di una risposta immediata, e ogni giorno che questa risposta ritarda, l’emergenza diventa peggiore».Prima del cessate il fuoco, l’esercito israeliano vi ha dato più volte ordine di evacuazione, voi avete però deciso di rimanere, anche a rischio della vita. Avete anche fatto testamento…«Non si è trattato né di eroismo, né di una sfida politica. E’ stata la cosa più naturale: un pastore resta col suo gregge. Serve una presenza, si rimane vicini. Non potevamo abbandonare le persone con disabilità, i bambini e le famiglie, i tanti che continuano a dipendere da noi. Inoltre, siamo qui per Gesù Cristo, presente fisicamente nell’eucarestia ma presente anche in ogni persona retta. E fare il bene inghiottendo le lacrime è il compito di chi ama, sia esso padre o madre di famiglia oppure un sacerdote».
Sopravvivere a Gaza è una lotta quotidiana - L'intervista a padre Gabriel Romanelli
Da vent'anni in Terra Santa e dal 2019 parroco dell'unica chiesa nella Striscia. "Un pastore resta col suo gregge. Non potevamo abbandonare le persone con disab






