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Imparare a leggere è una delle trasformazioni più straordinarie che il nostro cervello sia capace di compiere: in pochi anni impariamo a trasformare segni, suoni e significati in un’unica abilità che poi ci sembra naturale e immediata, come vi sta succedendo in questo preciso momento. Ci sono scienziati che hanno dedicato tutta la loro carriera a cercare di capire come avvenga questo processo, eppure molto resta ancora da chiarire. Mikael Roll, un professore di fonetica dell’università di Lund, in Svezia, ha trovato qualche nuova risposta, come ha riportato in un nuovo studio appena pubblicato.
Roll voleva capire se le caratteristiche anatomiche del cervello potessero determinare le abilità di lettura di una persona. Studiando il cervello di 1.068 adulti, ha scoperto che in effetti qualche relazione c’è, e che c’entra qualcosa anche la genetica. Ma non vale per tutte le caratteristiche né per tutte le persone: molto dipende anche dall’esperienza, da quanto si legge e da come si impara a farlo.
Imparare a leggere è infatti un processo molto articolato. Ogni parola deve essere scomposta in una sequenza ordinata di lettere; ogni lettera va poi distinta per la particolare combinazione di linee dritte e curve che ne formano il disegno; e a ogni disegno, infine, si associa un suono, che è diverso da tutti gli altri suoni. Anche i suoni, però, devono essere a loro volta distinti e riconosciuti: dai silenzi impariamo a dividere le parole; dalle parole riconosciamo le sillabe e, soprattutto, impariamo a distinguere e a manipolare i singoli suoni che le compongono. E quando questi suoni e segni grafici si combinano insieme, associamo loro un senso: il significato delle parole, e poi delle frasi.






