La graduatoria dei migliori servizi europei dice meno di quanto sembri. In un continente esposto allo spionaggio russo e cinese, alle operazioni ibride e alla pressione tecnologica, nessuna agenzia dispone da sola di uomini, mezzi e accessi sufficienti. Per Dan Lomas, che ne scrive sul Center for European Policy Analysis, il vero capitale dell’intelligence europea è nella capacità di mettere in comune competenze diverse. Una considerazione che riguarda anche l’Italia

La domanda su quale sia il miglior servizio segreto europeo è tanto suggestiva quanto mal posta. In una fase nella quale le minacce si sovrappongono – dallo spionaggio alle operazioni di sabotaggio, passando per cyberattacchi, interferenze e raccolta tecnologica – la differenza la fa, sempre di più, la capacità di lavorare con le altre.

È questa la conclusione alla quale arriva Dan Lomas, docente di relazioni internazionali all’Università di Nottingham, in un’analisi sul Center for European Policy Analysis (Cepa). Il punto di partenza è la discussa graduatoria dei servizi europei realizzata in estate da L’Express. Il punto di arrivo, però, è diverso: l’intelligence moderna, scrive Lomas, è ormai un gioco di squadra.

La classifica francese era stata costruita raccogliendo le valutazioni di sessanta professionisti dell’intelligence provenienti da venticinque Paesi, tra i quali diciotto ex direttori di agenzie e veterani della Cia e del Mossad. Al primo posto era finito il Secret Intelligence Service britannico, l’MI6, con 251 punti. Alle sue spalle la francese Dgse con 169, quindi l’olandese Aivd, i servizi ucraini Sbu e Hur e, al quinto posto, il Bnd tedesco.