A dividerli è il Pallone, ma Dio, Patria e Famiglia li accomunano. Uno striscione, “Grazie Generale” con l’effige di Ratko Mladic, e quindi il coro a scandire a gran voce il suo nome. Così, anche la curva del Partizan Belgrado non ha voluto essere da meno degli odiati cugini della Stella Rossa (che durante la partita di Europa League contro il Viktoria Plzen avevano esposto lo striscione “Generale, gloria eterna e grazie”) e ha reso omaggio al “boia di Srebrenica”, l’uomo che nella guerra in Bosnia applicò “la soluzione finale” della pulizia etnica in nome della “Grande Serbia” per liberarla dai “turchi” (così i nazionalisti serbi chiamano i musulmani).

Una figura, quella di Mladic, consegnata dalla storia a imperitura ignominia, che dovrebbe unire nella condanna, e non certo nell’encomio, un paese come la Serbia che chiede di entrare nell’Unione europea. Un passo avanti verso la democrazia e l’Europa, è quanto chiedono quei ragazzi che da mesi scendono in piazza a manifestare tutto il loro dissenso nei confronti del governo del Belgrado e del presidente serbo Aleksandar Vučić, nazionalista filorusso e noto revisionista.

I corpi senza nome di Srebrenica: ricostruzione di un genocidio