Distretto di Demak, isola di Java, Indonesia. Un gruppo di uomini procede con seghe e machete lungo la costa. Con precisione millimetrica vengono abbattuti in pochi minuti decine di giganteschi fusti di graminacea legnosa, comunemente conosciuta come “bambù”.Nel giro di alcune settimane saranno pronti centinaia di lunghi pali che saranno utilizzati per ripristinare una cintura protettiva di mangrovie lungo i villaggi costieri. L’approccio del restauro di una barriera naturale, nelle aree a rischio a Java, è parte di un progetto di conservazione molto più ampio partito nel 2022, che coinvolge esperti di mezzo pianeta guidati dall’organizzazione “Wetlands International” che ha deciso di sfruttare il potere della natura. Si sta procedendo a ricostituire gli ecosistemi che per millenni hanno protetto quei territori.Ma può bastare questo tipo di intervento a contrastare il fenomeno della subsidenza, ovvero la conseguenza dell’erosione e dell’innalzamento del livello del mare che ha inghiottito vaste aree di terra lungo la costa settentrionale dell’isola? A leggere i dati dello sprofondamento di Giacarta, la capitale dell’Indonesia, il dubbio dell’efficacia di tale approccio è inevitabile. La città si sta abbassando di 10 centimetri l’anno (con punte anche di 25-30 cm nel nord). Il più grande arcipelago del mondo, con oltre 17.000 isole, rappresenta un patrimonio naturalistico inestimabile: foreste pluviali rigogliose, barriere coralline che incantano per la loro biodiversità e città iconiche come Giacarta. Un vero e proprio paradiso minacciato da vari fattori. Cambiamenti climatici, continui terremoti, inquinamento e crisi alimentare, oltre alla già citata subsidenza, si intrecciano in un quadro complesso che sta determinando un pericoloso declino delle risorse naturali. Un milione di specie sono a rischio di estinzione, tra cui gli endemici draghi di Komodo, i terreni stanno diventando infertili e le fonti d’acqua si stanno prosciugando. Esperti e attivisti cercano di sollecitare il governo a risposte urgenti prima che sia troppo tardi. L’innalzamento del livello del mare è uno dei punti più critici. La capitale indonesiana, popolata da 42 milioni di abitanti, paga lo scotto dell’estrazione di acqua sotterranea non regolamentata e dell’urbanizzazione selvaggia. «Milioni di residenti e industrie pompano l’acqua in modo incontrollato dalle falde. Il terreno sabbioso-argilloso si compatta, facendo collassare la superficie. Ci troviamo a cospetto di uno dei fenomeni di subsidenza più rapidi al mondo», spiegano i ricercatori del “Lamont Dohwery Earth Obawrvatory”. Secondo un recente studio, il cedimento del terreno sta aggravando il rischio di inondazioni lungo tutta l’isola di Java. In alcune zone, la subsidenza potrebbe portare entro il 2050 fino all’85% dell’innalzamento del livello del mare. «Siamo di fronte alle conseguenze di decenni di sfruttamento delle fonti di acqua sotterranea e di cattiva gestione del territorio – spiega il geologo e urbanista indonesiano Agus Santoso – La pianificazione di interventi strutturali e innovativi, con progetti di dighe, barriere anti-inondazioni e riprogettazione urbana sono un deterrente, ma i costi sono elevati. Abbiamo un disperato bisogno di strategie di adattamento e di una crescita sostenibile che tenga conto dell’emergenza climatica».Le conseguenze economiche e sociali della “perdita” di Giacarta sarebbero devastanti, con milioni di cittadini costretti a migrare e ripensare le proprie vite. L’altra emergenza che sta affrontando l’arcipelago asiatico è l’inquinamento da plastica. Le spiagge indonesiane, che da Bali a Lombok attirano milioni di turisti ogni anno, sono invase da rifiuti. Secondo il Global Coastal Development Report, l’Indonesia produce il 10% dei rifiuti plastici totali dispersi negli oceani. Le conseguenze sono catastrofiche: alcuni reef, vere e proprie “foreste subacquee” fondamentali per l’ecosistema marino, sono oggi compromessi. Le barriere coralline di Bali, Raja Ampat e delle isole Gili, tra le più celebri al mondo, le più colpite. Secondo l’Institut Oceanographique Indonésien, si è perso tra il 35-50% dei coralli vivi in solo 5 anni. Un duro colpo dal punto di vista ambientale quanto economico. Il governo ha finanziato numerosi progetti di pulizia e di riduzione dell’uso delle plastiche, ma la vera sfida resta la radicale inversione di tendenza del modello di consumo e di gestione dei rifiuti. La strategia di riciclo e di educazione ambientale, sono ancora insufficienti a fronte di un problema che si aggrava di giorno in giorno. Anche Sumatra, che ospita alcuni degli ultimi esemplari di tigri asiatiche, affronta un’emergenza che ne mette a rischio l’incolumità. Il disboscamento selvaggio e l’espansione agricola, soprattutto di piante di cocco per olio di palma, distruggono l’ecosistema originale. L’isola, tra le più suggestive dell’Indonesia, è un territorio altamente sismico. L’ultimo terremoto, lo scorso 15 agosto, è Stato tra i più devastanti. Due violente scosse si sono succedute nel giro di poche ore: la prima, di magnitudo 7.7, ha colpito l'area di Flores: la seconda, di magnitudo 6.9, nel cuore di Sumatra, con l'epicentro localizzato a 126 chilometri a sudest del capoluogo Medan.Almeno 75 morti e 150 feriti, il bilancio ad oggi anche se si teme che le vittime possano aumentare, risultano disperse decine di persone. Rispetto al sisma del 2004, quando gli tsunami legati ai terremoti sottomarino causarono la morte di circa 230.000 persone in 14 Paesi dell’Oceano Indiano,il peggio è stato scongiurato. Un’altra crisi che pesa su una considerevole parte della popolazione indonesiana, è quella alimentare. La carenza di cibo nell’est del Paese ha peggiorato le condizioni di vita per 30 milioni di persone. La Fao ha certificato un aumento preoccupante dell’insicurezza alimentare: secondo la Food Insecurity Experience Scale, la quota di popolazione a rischio di malnutrizione è passata dall’8,7% del 2024 al 10,4% del 2025. Le cause sono molteplici: crisi economica, impoverimento di molte aree rurali, diseguaglianze sociali e le conseguenze di fenomeni climatici estremi che compromettono le colture. Nell’ultimo anno scolastico, molti alunni hanno potuto ricevere un pasto completo al giorno solo grazie al programma nutrizionale pubblico. Per alcuni di loro, l’unica occasione di ricevere un adeguato apporto di cibo che può fare la differenza tra una crescita sana e le conseguenze di una nutrizione insufficiente. L’incremento dell’insicurezza alimentare si traduce in una condizione cronica: deficit di vitamine e minerali, oltre che un’impennata delle malattie legate alla povertà. Si stanno erodendo i progressi fatti negli ultimi anni nel raggiungere gli Obiettivi Onu di Sviluppo Sostenibile entro il 2030. Il rischio per il Paese asiatico è che questa crisi silenziosa passi inosservata.Le immagini stereotipate, dalle spiagge di sabbia bianca, ai templi di culture millenarie, ci mostrano l’Indonesia come un “paradiso” tropicale. Lo Stato insulare rappresenta un esempio lampante dell’effetto combinato del cambiamento climatico e della sovrapposizione di crisi sociali ed economiche. Come abbiamo potuto documentare nel periodo trascorso nel Paese, tali problematiche progrediscono velocemente. Se non affrontate tempestivamente, rappresentano un vero e proprio attentato a risorse naturali uniche, tra le più importanti del mondo. È dunque necessario un cambio di paradigma: dall’indifferenza dell’opinione pubblica internazionale, all’assunzione di consapevolezza che il destino dell’arcipelago sia un simbolo planetario. L’Indonesia ci insegna che la tutela dell’ambiente, la lotta alla povertà e alla malnutrizione, la gestione responsabile delle ricchezze della terra e delle materie prime sono, dovrebbero essere, questioni indivisibili.