“Speravamo di annunciare un comunicato congiunto e unanime, ma non siamo riusciti a raggiungere il completo consenso sulle proposte”, il segretario del Tesoro americano Scott Bessent è intervenuto ad Asheville commentando la scelta della Cina di non condividere alcune delle questioni discusse nella due giorni finanziaria. Al posto del comunicato previsto, la presidenza ha diffuso un riepilogo dei lavori. Il disaccordo con Pechino è stato soprattutto linguistico: la Cina non avrebbe accettato l’eliminazione delle “non-market policies”, le politiche volte a frenare gli squilibri commerciali globali, e le richieste degli altri Paesi affinché il Fondo monetario internazionale (Fmi) e Ocse migliorino i dati necessari per analizzare queste politiche. No anche alla “libertà e sicurezza della navigazione nello stretto di Hormuz” perché Pechino è tra i principali acquirenti di petrolio iraniano e teme possibili ripercussioni sui suoi interessi nello Stretto di Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale. Alla vigilia dell’incontro tra Xi Jinping e Trump, in programma fra tre settimane, un alto funzionario statunitense ha definito al Financial Times i cinesi “colpevoli. Se temiamo distorsioni persistenti, sono i peggiori colpevoli”. Lo stesso Bessent nel parlare dei partecipanti al G20 si è detto contento di un accordo 19 a 1, escludendo almeno sul piano retorico Pechino, e a Reuters ha affermato che “il mondo non può permettersi una Cina con un avanzo commerciale di 1200 miliardi di dollari”. Per il segretario del Tesoro, Pechino starebbe cercando di rafforzare la propria economia puntando sulle esportazioni. La Cina nel 2025 ha raggiunto un surplus commerciale di 360 miliardi di euro rispetto alla Ue, e gli Stati Uniti stanno preparando dazi per contrastarne la capacità produttiva. Dalle colonne del South China Morning Post Guo Jiakun, portavoce del ministro degli Esteri, ha risposto che “la Cina non punta deliberatamente a un avanzo commerciale” e ha espresso “profondo rammarico” per la mancata unanimità al summit, ribadendo la propria disponibilità a collaborare con Washington. A un’ora di macchina dalle discussioni su Hormuz e sulle non-market policies, il G20 Innovazione ruotava attorno al controllo dell’intelligenza artificiale. E se ad Asheville lo scontro è tra Usa e Cina, a Chapel Hill sono stati gli stessi Stati Uniti a parlare con una voce sola. Il consigliere scientifico del presidente Trump Michael Kratsios ha attribuito i grandi progressi americani a “quadri normativi flessibili” che favoriscono gli investimenti privati nel settore IA. Sul palco del summit il segretario del Commercio Howard Lutnick ha portato i giganti della Silicon Valley: Jensen Huang di Nvidia, Sam Altman di OpenAi, Tom Brown di Anthropic e Alex Karp di Palantir. L’obiettivo sembrerebbe promuovere il modello regolatorio americano, più lasso di quello europeo, come possibile standard globale. Ma la realtà è meno lineare: nonostante le smentite della Casa Bianca, a contendersi l’agenda americana sull’IA ci sarebbero il Dipartimento del commercio e l'Office of Science and Technology Policy (Ostp). Da una parte il Dipartimento del commercio dispone delle leve politiche più importanti dell’amministrazione in materia di IA, tra cui il Bureau of Industry and Security e il Center for AI Standards and Innovation. Dall’altra, una fonte interna ha descritto ad Axios l’Ostp come un gruppo di “pensatori” privi dei poteri normativi. Sullo sfondo resta la Cina, la cui industria dell’IA costituisce il 38% degli investimenti mondiali nel comparto, in particolare sui robot umanoidi e la physical AI. Esponenti della delegazione erano al summit di Chapel Hill mentre Lutnick, in collegamento con Elon Musk, toccava la questione dei data center, uno tra i temi più spinosi in vista della campagna elettorale di midterm.
Verso il G20, negli Stati Uniti la Cina si tira fuori dalla riapertura di Hormuz. E l'agenda IA divide il governo Usa
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