Prima l’avvertimento che il mondo “non può permettersi più il surplus commerciale cinese”. Poi, poche ore dopo, la scelta di dire che con Pechino Washington concorda più di quanto dissenta. Sono le due facce che il segretario del Tesoro Scott Bessent ha mostrato ad Asheville, in North Carolina, aprendo il G20 dei ministri delle Finanze. Durissimo sul commercio, accomodante non appena il discorso scivola sul dossier iraniano, dopo il D-Day economico nei confronti di Teheran lanciata meno di due settimane fa e la campagna di sanzioni secondarie che ne è seguita, la cosiddetta Operation Economic Outcast. Nella stessa intervista alla CNBC in cui parla di Iran, Bessent ha rivelato di aver incontrato domenica in privato il governatore della banca centrale cinese, Pan Gongsheng, in un colloquio che lui stesso ha definito “molto robusto” ma su cui non ha voluto aggiungere altro. Il segno che con la Cina, mentre in pubblico minaccia dazi e sanzioni, Washington sta comunque trattando. E con un occhio già puntato al 23 settembre, quando Xi Jinping dovrebbe arrivare alla Casa Bianca per il primo vertice di un presidente cinese negli Stati Uniti dal 2015.
Dietro questo doppio registro c’è limite che il numero uno del Tesoro Usa conosce meglio di chiunque altro. Il G20 a cui chiede di fare fronte comune contro il surplus cinese, ha tra i suoi venti paesi membri, proprio la Cina stessa. Chiedere al gruppo di isolare uno dei suoi stessi componenti è già di per sé una richiesta difficile da portare a casa. Ancora di più se contestualmente il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun respinge in blocco la proposta, negando che la Cina persegua deliberatamente un surplus commerciale e ribadendo l’opposizione a ogni forma di dazio unilaterale del 7,5% sui prodotti cinesi per eccesso di capacità produttiva, così come aveva paventato l’amministrazione Trump nei giorni precedenti, da sommare a un possibile giro di tariffe sui semiconduttori ancora allo studio a Washington.













