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Alle sette di sera di martedì sulla spiaggia del Trampolín, a Ceuta, la Croce Rossa inizia a organizzare la distribuzione serale di cibo. È in ritardo, perché i molti mezzi della polizia che devono presidiare la zona sono arrivati dopo l’orario concordato. Centinaia di migranti attendono da qualche ora, raggruppati su un molo e sulla spiaggia, totalmente occupata dalle baracche dove alcuni di loro vivono da un mese.
L’attesa della distribuzione del cibo a Ceuta, 1 settembre 2026 (Valerio Clari/il Post)
A meno di un chilometro almeno un altro centinaio di uomini e ragazzi, perlopiù marocchini, si ammassa all’ingresso di una struttura di accoglienza temporanea, un tendone, nel quartiere Loma Colmenar: sperano di poter entrare per avere un posto dove dormire, andare in bagno e lavarsi. Poco dopo verranno respinti: non ci sono più posti. Stanotte dormiranno per strada.
A qualche isolato di distanza, Amina litiga con un’addetta alla sicurezza di un piccolo centro che ospita donne, ragazze e bambini nel quartiere Sidi Embarak: vuole entrare con le sue due figlie, è un mese che rimane per strada. Il tendone piazzato in un cortile ospita già 300 persone: non c’è più posto.








