Quello che doveva essere il nuovo volto delle ambizioni industriali cinesi, comincia a trasudare problemi. Sui listini c’è aria di bolla, mentre dal mercato arrivano segnali di allarme complice l’affollamento del settore. E anche il governo cinese ha più di un dubbio

Qualcosa non torna nell’Intelligenza Artificiale cinese. Il Dragone è alla perenne rincorsa degli Stati Uniti, che vendono al mondo tecnologia certamente più costosa di quella cinese ma dagli standard di qualità migliori. Pechino, invece, sta giocando la sua solita partita sul terreno dei prezzi stracciati, o quasi. Il problema in Cina è che i vari fronti dell’Intelligenza Artificiale non stanno comunicando tra loro. E la sensazione che il mercato dell’AI made in China sia già in crisi è abbastanza netta. Tanto per cominciare c’è un problema politico. Come raccontato più volte da questo giornale, il governo cinese teme l’avanzata dell’AI e una progressiva disumanizzazione del lavoro e dell’industria. Per il partito, infatti, è più facile controllare le persone piuttosto che le macchine.

Orientamento ribadito anche in occasione del vertice della Shanghai cooperation organization in corso in Kirzighistan in queste ore. “L’Intelligenza Artificiale deve essere utilizzata in modo sicuro e responsabile e non può diventare uno strumento per provocare deliberatamente danni alle persone o minacciare la sicurezza, la sovranità e l’integrità territoriale degli Stati”, è il monito lanciato dai Paesi dell’Organizzazione a trazione cinese nella Dichiarazione di Bishkek adottata al termine del summit nella capitale kirghisa. “Gli Stati membri confermano la necessità di garantire un utilizzo sicuro e responsabile delle tecnologie di Intelligenza Artificiale”, si legge nel documento, che considera in particolare “inammissibile” il loro impiego con l’obiettivo di provocare intenzionalmente danni “alla vita e alla salute delle persone”, oltre che “alla sicurezza nazionale, all’integrità territoriale e alla sovranità degli Stati”.