Ritornate nello scenario geopolitico internazionale del 2026 le tensioni belliche, stavolta cambiando i soggetti, è spuntata come nel 2023 la delicata questione degli extraprofitti e della loro tassazione. Tre anni fa sappiamo come è andata. Meloni era partita lancia in resta per una tassa sui profitti straordinari delle imprese energetiche e delle banche. Qualcosa è stato ottenuto nel primo caso, nulla nel secondo. La proposta sulle banche ha trovato subito l’opposizione di Forza Italia. Meloni ha fatto coraggiosamente marcia indietro. Alle banche è stato concesso di non pagare la tassa (qualche miliardo) trasformando il dovuto in capitale sociale, un bel regalo di cui subito i grandi banchieri hanno approfittato. La questione ora, con la benzina e il gasolio stabilmente sopra i due euro, si ripropone in termini ancora più tesi, e non facilmente risolvibili con giochetti contabili.
In generale, il problema della tassazione degli extraprofitti presenta due aspetti: uno economico e uno morale, proprio nel senso del pensiero del celebre aquinate, il teologo medioevale Tommaso d’Aquino, ora molto citato a destra in campo economico. Sotto l’aspetto economico si va a vedere semplicemente chi paga e chi incassa. Sotto l’aspetto morale ci si chiede perché tassarli, cioè se sia giusto aumentare il carico fiscale sulle imprese che incassano questo profitti fuori dall’ordinario. Come dire: perché punire i più bravi?






