I prezzi alla pompa sono aumentati, ma senza quella fiammata che lo scenario geopolitico poteva innescare. La politica fa i conti con i tagli alle accise e si interroga su una tassa sugli extraprofitti. Davide Tabarelli, presidente di NE-Nomisma Energia, sostiene che la domanda sia sbagliata. Quei profitti, dice, sono esattamente i soldi che servono a non far chiudere altre raffinerie in Italia. Mentre la tregua dei prezzi del petrolio, avverte, può finire presto.Presidente Tabarelli, a sei mesi dalla crisi di Hormuz, perché i prezzi alla pompa non sono esplosi?«Le ragioni sono varie, ma nessuna è esaustiva. Abbiamo attinto molto alle scorte, la Cina ha comprato meno, c’è stata qualche riduzione della domanda in Asia, molto petrolio è uscito di nascosto dallo Stretto, dai tubi emiratini e sauditi. Però non è sufficiente. La finanza, che guida i prezzi sulle Borse, sta mostrando ottimismo. Solo che passano i mesi e la crisi non finisce. Abbiamo avuto un ammanco, nel 2026, tenendo conto di tutto, di dieci milioni di barili al giorno. Ma la domanda più di tre o quattro milioni al giorno non scenderà. Com’è che i prezzi sono così bassi, se c’è questo squilibrio? Qualcosa non torna: non mi stupirei se il prezzo del petrolio raddoppiasse prossimamente, passando da 90 a 180 dollari. E ciò vorrebbe dire benzina a 2,5, a 2,8, perché manca capacità di raffinazione e manca greggio. Questo è il nodo irrisolto, anche in Italia».C’è chi sostiene che la strada sia ridurre la domanda, non aumentare l’offerta.«È una lettura anche questa, ma si scontra con la realtà. C’è uno shock di offerta e la domanda non si può adattare nel breve termine. È dagli anni Settanta che pensiamo di alleggerire la dipendenza con le rinnovabili, l’elettrificazione, le biciclette. Invece, dal primo shock petrolifero del ’73, la domanda è quasi raddoppiata. Sostituire il 20% che veniva dal Golfo Persico non è questione di mesi, ma di anni».Il governo ha speso oltre due miliardi in tagli delle accise, da marzo, ma l’operazione è stata criticata dagli organismi internazionali perché regressiva. Ora sta discutendo di un bonus in busta paga. Sono strumenti giusti?«Dobbiamo ricordarci che la tassazione sull’energia, e sui petroliferi in particolare, è tra le maggiori voci di entrata per lo Stato. Spendiamo più di quello che incassiamo, quindi ridurre le tasse è qualcosa di sbagliato. E tutti siamo d’accordo che ridurre le tasse con le accise dà aiuto ai ricchi. Dobbiamo poi ricordare sempre che sui prodotti petroliferi esistono già esenzioni particolari: autotrasportatori, tassisti, pesca e agricoltura godono di accise ridotte. Per i redditi bassi abbiamo l’esperienza del bonus sociale sulle bollette, ma farlo sui carburanti è molto difficile. Dare aiuti in maniera generalizzata, però, resta una soluzione sbagliata».Lei ha definito la tassa sugli extraprofitti «un’arma di distrazione di massa». Perché?«Perché distrae le masse dalla vera causa degli alti prezzi, che è la carenza di investimenti fuori dal Golfo Persico: in Africa, negli Usa, in Italia anche. Noi abbiamo il giacimento di petrolio più grande su terra in Europa. E negli ultimi anni abbiamo dismesso una decina di raffinerie. Quelli che hanno osteggiato le raffinerie sono gli stessi che chiedono la tassa sugli extraprofitti. Invece quei profitti vanno investiti per mantenere in vita le raffinerie, che altrimenti chiuderanno».Come si distingue in concreto un extraprofitto da un rendimento normale sul capitale, in un settore ciclico come questo?«Il modello c’è: si tassano i profitti che eccedono di una certa percentuale il rendimento, intorno al 15% del capitale investito, oppure la media degli anni precedenti. Ma chiamarli extra è punitivo, è come dire che sono sbagliati. Se sono sbagliati esistono le autorità di controllo. Come dice lei, si tratta di un’industria ciclica: non è che negli anni in cui va male lo Stato restituisce ciò che ha preso quando andava bene».Un precedente italiano c’è.«Noi abbiamo avuto la Robin Hood Tax, introdotta nel 2008. Disastrosa, un pasticcio giuridico: la sentenza del 2015 che l’ha dichiarata incostituzionale non era retroattiva, quindi i soldi presi non sono stati restituiti. Quella lezione non l’abbiamo imparata, anche perché da febbraio scorso l’Italia ha già messo un’addizionale sull’Irap di due punti percentuali per le società petrolifere».Si può considerare una nuova imposta come una sorta di doppia tassazione?«Strano pagare due volte le tasse. L’Inghilterra l’ha fatto nei primi anni Ottanta sulle società del Mare del Nord, ma poi restituiva quelle risorse quando c’erano perdite sull’esplorazione, ad esempio. Come in Norvegia. Se uno Stato non fa così è doppia tassazione. È un esproprio punitivo, contrario all’impresa, roba da comunismo, da pianificazione in stile Unione Sovietica. Anch’io posso considerare gli eccessivi guadagni scandalosi, ma è ancora più scandaloso non permettere alle società energetiche di fare investimenti, di costruire raffinerie. Tutta questa ostilità del Partito democratico italiano, e anche della sinistra negli Stati Uniti, è assurda: allo stesso tempo dicono che si può fare a meno del petrolio, ma vogliono tassare gli extraprofitti. La colpa è della politica ambientalista che ha ostacolato gli investimenti in passato. E lo dico da uomo di sinistra. Dobbiamo rifarci ai principi fondamentali dell’economia. Se uno fa investimenti aumenta la capacità produttiva, quindi l’offerta cresce e si riducono i prezzi. Tutto qua. Il resto è propaganda, distrazione».L’Europa chiede alle raffinerie di decarbonizzare e intanto discute di tassarne i profitti. Si tiene insieme?«Le raffinerie europee e italiane sono vecchie, hanno bisogno di investimenti miliardari per fare ricerca e innovazione, sull’idrogeno per esempio: chi maneggia molta CO2 e molto idrogeno sono proprio le compagnie petrolifere, le raffinerie. Incrementare le tasse blocca il rinnovamento ed è sbagliato, perché il futuro dei trasporti e della mobilità in Europa richiederà più energia, che sarà ancora di origine petrolifera, non meno. E se ci lasciamo andare al delirio della regolazione invece di lasciar decidere il mercato, si rompe il meccanismo di base: dove ci sono alti profitti entrano nuovi investitori, finché i prezzi si riducono. Se non faccio investimenti, continuo a dipendere dal Golfo Persico. Qualcuno spera che la domanda di petrolio raggiunga il picco tra qualche anno, ma su questo ho molti dubbi».Se dovesse indicare una sola priorità alla politica energetica italiana per i prossimi dodici mesi, quale sarebbe?«Mi piacerebbe che venissero attuate alcune promesse fatte e mai raggiunte, a partire da più produzione nazionale di gas e petrolio. È un oltraggio che le poche riserve italiane non vengano sfruttate: vuol dire comportarsi da Paese ricco e sprecone, ed è un insulto verso il passato di un Paese povero di energia. Quest’anno cade il centenario dell’Agip, quella su cui Mattei nel 1953 ha costruito l’Eni. E l’Eni è un gioiello mondiale perché al suo interno c’è anche un patrimonio di scienza: Descalzi è un fisico della scuola di Milano e ha voluto la realizzazione di uno dei più potenti supercalcolatori al mondo. Non è nostalgia, è il contrario: quel capitale di conoscenze geologiche, fisiche, nucleari va usato adesso. Consumeremo grandi quantità di energia in futuro, dobbiamo rimboccarci le maniche per riuscire a produrla in modo sempre più pulito e sicuro».
Prezzo benzina, l'allarme di Tabarelli: «Il greggio può raddoppiare, la tregua sta per finire». La tassa sugli extraprofitti? «È un'arma di distrazione di massa» - L'intervista
La querelle sugli extraprofitti petroliferi distrae dalla vera causa dei rincari: la carenza di investimenti in Africa, Usa e in Italia. Parla il presidente di








