L’ombra lunga del dolore grava ancora su Lower Manhattan, la parte meridionale di New York City, e sulle sfortunate vittime che si sono trovate nell’epicentro dell’attacco di Al-Qaeda. Noi, costretti ad abbandonare – e per sempre – il nostro appartamento al Gateway Plaza, dal trauma subìto abbiamo tratto la forza per decidere che cosa sarebbe stata, poi, la nostra vita. Pensavamo di essere arrivati a New York per viverci una divertente esperienza temporanea, che sognavamo da tempo. Ci siamo trovati in un inferno, altro che il paradiso dorato dell’America in pieno boom…

Proprio in quel momento, con le ceneri di Ground Zero ancora nell’aria, abbiamo deciso che saremmo rimasti. Sine die. Ricordiamo di essercelo detto, con queste esatte parole: “New York va ricostruita, e ha bisogno anche di noi”. Può suonare uno sfoggio di retorica, ma non per chi era in città in quel settembre del destino. Tutta New York, e tutta l’America, viveva un momento di sincera passione e di forte istinto patriottico. Il presidente di allora, George W. Bush, è balzato a un indice di popolarità che si vede solo in tempo di guerra, di pericolo per la sopravvivenza. Prima dell’11 settembre il suo tasso di approvazione oscillava appena sopra il 50%. Nel sondaggio Gallup del 14-15 settembre è salito all’86%, e il 21-22 al 90%, livello mai registrato prima da un presidente. Abc News/Washington Post, a fine settembre, ha registrato poi un picco del 92%.