Tra le molte riflessioni sulla malattia di Dario Franceschini, 67 anni, capitale mi pare quella sulla vergogna. Come se la malattia fosse, in fondo, una colpa. È una reazione che non riguarda solo le ferite del corpo ma anche quelle della mente, dell’anima, i rovesci economici. Franceschini dice a Fabrizio Roncone che molti nascondono la propria condizione persino ai loro familiari, ed è vero, quando è possibile nasconderlo talvolta accade.

A volte lo si fa per non spaventare le persone che riteniamo sarebbero colpite in modo troppo doloroso dalla notizia: genitori anziani, figli piccoli, amici o amori ai quali non si vuole aggiungere altra pena. Perché la malattia è uno specchio, per questo fa paura: nel rivelarsi rivela all’altro la comune condizione di precarietà estrema.

Tutti lo siamo, certo, lo siamo sempre: ma arriva il giorno in cui la vita cambia, una mail, una telefonata, e quel momento segnala a chi ti sta davanti che la vita cambia in un istante e non dipende da te. Però sempre dipende da te come reagire, è questo che ci definisce.

Ricordo quando Pasqual Maragall, il grande sindaco di Barcellona, convocò una conferenza stampa per dire che aveva l’Alzheimer: sono molto fortunato, disse, perché chiunque mi trovi quando mi sarò perso, in questa città, saprà portarmi a casa.