Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione europea, l’ha definita ieri «una tappa importante» per il Next Generation EU che in tutti i Paesi membri vuol dire Pnrr. Ed effettivamente la scadenza del 31 agosto ha chiuso, come ha ribadito sempre ieri la Commissione, «la fase di attuazione delle riforme e degli investimenti». Da oggi, in altre parole, «le azioni intraprese dagli Stati non potranno più essere prese in considerazione dalla Commissione nella valutazione delle richieste di pagamento, compresi i pagamenti sospesi, e non potranno essere adottate altre modifiche», puntualizza Bruxelles. È l’ora delle rendicontazioni e non è detto che sia un’autostrada in discesa, tutt’altro.

I tempi Intanto, la fase finale per ogni Pnrr ha tempistiche uguali per tutti, ancorché ormai note e codificate da sempre: e cioè, «gli Stati hanno tempo fino al 30 settembre per presentare le richieste di pagamento finali, mentre la Commissione completerà tutti i pagamenti entro il 31 dicembre». Ma poi «il lavoro continua», come dice opportunamente Fitto, perché per certi versi inizia adesso una fase delicata per i singoli soggetti attuatori, dalle Amministrazioni centrali alle Regioni, ai Comuni, che devono dimostrare a Bruxelles di avere effettivamente tagliato il traguardo nel pieno rispetto delle regole. Adempimento, quest’ultimo, al quale come detto molti cantieri arrivano con il fiatone considerato che la distanza tra risorse disponibili e spesa effettiva è stato il tema ricorrente nella quotidiana valutazione dell’andamento del Piano (se n’è occupata spesso la Corte dei Conti). I nodi La macchina amministrativa ha sicuramente recuperato velocità, soprattutto negli ultimi sei mesi (e il contributo degli enti locali, anche al Sud, è stato decisivo), ma il tessuto delle Pmi fatica ancora a chiudere le pratiche e non pochi progetti approvati sono ancora in fase di completamento tecnico o, appunto, di rendicontazione. È la storia di queste ore: non è un caso che da parte di non pochi studi professionali, impegnati nel ruolo di consulenti, in particolare dottori commercialisti, architetti e ingegneri, sono già state espresse perplessità sulla presunta ristrettezza dei tempi a disposizione, con annessa richiesta di proroga, destinata comunque a non avere seguito. Di sicuro ad oggi non ci sono più finestre di accesso a nuove misure Pnrr e il lavoro residuo, come detto, è tutto sulla documentazione. Il ministero dell’Istruzione e del Merito, ad esempio, ha confermato al 15 ottobre il termine ultimo per la rendicontazione delle spese effettuate e dei target raggiunti: e in questo caso, si tratta ad esempio di dimostrare che gli oltre mille nuovi edifici scolastici previsti con i fondi Pnrr in tutta Italia siano stati effettivamente realizzati. Naturalmente, ci sono progetti che andranno avanti comunque: sono le misure che utilizzano strumenti finanziari rotativi nei quali la prosecuzione degli investimenti oltre il termine è garantita dai contratti firmati a suo tempo dall’ente gestore (come nel caso dei progetti infrastrutturali, in particolare). L’analisi Fitto, in ogni caso, difende a spada tratta la credibilità del Next Generation Eu: «È stato uno strumento eccezionale – scrive sui social -, nato come risposta comune a crisi senza precedenti, che ha sostenuto riforme e investimenti e continuerà a produrre benefici duraturi. Ora la fase finale: continuare l’impegno per trasformare pienamente questo lavoro in risultati concreti per cittadini, imprese e territori». È il tema più attuale, e non potrebbe che essere così visto che l’Italia è di gran lunga il Paese tra i soggetti attuatori che ha maggiormente utilizzato le risorse straordinarie Ue e dimostrato di poterne chiedere il pagamento. La nona e penultima rata da 12,8 miliardi ha ricevuto la valutazione positiva della Commissione il 29 aprile 2026 ed è stata incassata portando le risorse ricevute a circa 166 miliardi sui 194,4 assegnati, quota che nessun altro Stato membro ha raggiunto. Resta la decima rata, legata agli obiettivi finali, la cui richiesta va presentata entro il 30 settembre 2026 (e il ministro del Pnrr, Tommaso Foti, ha già assicurato che anche questa scadenza verrà rispettata) e che sarà valutata entro il 30 novembre per consentire l’erogazione entro il 31 dicembre. I territori Il Sud ha superato il 40% della riserva di risorse ad esso destinato, pari a circa 82 miliardi. In attesa dei dati definitivi, si sa per certo che l’impatto maggiore ha interessato le infrastrutture ferroviarie dell’Alta velocità (tutte peraltro destinate a proseguire anche oltre il Pnrr, dalla Napoli-Bari alla Salerno-Reggio Calabria, alla Palermo-Messina-Catania) e quelle di potenziamento dei sistemi portuali, comprese le opere previste dalla Zes unica; la digitalizzazione delle scuole, soprattutto dell’obbligo; la transizione energetica; il sistema dei beni culturali. Non è un mistero, del resto, che tutti gli indicatori relativi alla crescita del Mezzogiorno concordano nel ritenere decisivo il ruolo del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Senza di esso, sarebbe stato impossibile spingere Pil, occupazione ed export oltre certe soglie. Al punto che è proprio il dopo-Pnrr a far nascere i dubbi più rilevanti: ce la farà l’area più dinamica del Paese dal dopo-Covid ad oggi a mantenersi all’altezza del suo nuovo ruolo?