Secondo i dati Istat a diminuire sarà soprattutto la popolazione in età lavorativa

L’Italia che emerge dal nuovo report Istat sulla demografia italiana è un Paese più piccolo, più anziano e profondamente diverso da quello conosciuto dalle generazioni precedenti. Nello scenario mediano, quello ritenuto più plausibile, entro il 2080 la popolazione italiana potrebbe ridursi di oltre 13 milioni di abitanti. «È come se sparissero di colpo la Lombardia e la Toscana», spiega a Open Andrea Rosina, professore ordinario di Demografia e Statistica sociale all’Università Cattolica di Milano. Ma il numero complessivo, sottolinea, non è nemmeno l’aspetto più importante. Il vero cambiamento riguarda la composizione della popolazione. «A diminuire non è la popolazione anziana, perché viviamo sempre più a lungo», osserva il professore, ma a ridursi sono soprattutto «giovani e giovani adulti» e quindi la popolazione in età lavorativa. Proprio questi cambiamenti stanno rendendo sempre di più la questione demografica anche una questione economica, politica e sociale.

Meno persone in età lavorativa

Il problema, infatti, non è soltanto quanti abitanti avrà l’Italia, ma quanti saranno in grado di contribuire alla produzione di ricchezza, sostenere il sistema di welfare e alimentare consumi e investimenti. Entro il 2050, secondo le proiezioni Istat, la popolazione tra i 15 e i 64 anni potrebbe rappresentare appena il 55,3% del totale, mentre gli over 65 arriverebbero al 34,5 per cento. A questo si aggiunge una forte differenza territoriale. Il Nord mostra una maggiore capacità di tenuta, mentre Mezzogiorno e aree interne rischiano di perdere popolazione più rapidamente, aggravando squilibri già esistenti. È proprio la progressiva riduzione del peso delle nuove generazioni il tema al centro di “La scomparsa dei giovani“, il libro con cui Rosina ha analizzato il passaggio dall’Italia del boom economico, caratterizzata da una forte presenza di giovani, a quella attuale.