Al 62° parallelo Nord, Vágar appare dall’aereo come una piega smeraldo nell’Atlantico. Le montagne scendono dritte nell’acqua, il vento solleva le cascate prima che raggiungano il mare, le strade corrono tra villaggi di poche case. Sui pendii, le pecore tracciano lente traiettorie nell’erba: circa 70mila, più dei 56mila abitanti. Portano addosso i colori del paesaggio, candide come la schiuma di una cresta d’onda, nere come la roccia bagnata.
Vágar è l’isola approdo delle Faroe, diciotto frammenti di roccia e erba a metà acqua tra Scozia e Islanda. Terre autonome del Regno di Danimarca, esplodono di verde, luce argentata e vento oceanico che spinge la pioggia in ogni direzione.
La vocazione di queste isole è già nel nome: Færeyjar, che in antico norreno significa “isole delle pecore”. Per secoli la lana ha vestito le famiglie, protetto i pescatori dal freddo e funzionato come merce di scambio. «Ull er Føroya gull», è l’oro delle Faroe, recita un antico proverbio. Un oro ruvido e naturale che oggi torna a percorrere l’intera filiera, dagli allevamenti alle filature, fino agli atelier dei designer. Una storia regolata fin dal 1298 dal Seyðabrævið, il Codice delle pecore, che disciplinava pascoli, proprietà e marchi.








