Tortuosi fiordi, formati da scogliere a picco e dominati da vette innevate gran parte dell’anno, colorati dalle casette in legno dei pescatori. Villaggi lillipuziani come ad Hamnøy, sull'isola di Moskenesgøya, dominato da uno sperone di roccia. Situate poco a nord del Circolo Polare Artico, con il clima mitigato dalla Corrente del Golfo, le isole Lofoten sono la più convincente cartolina della Norvegia. Collegate tra loro da ponti e da un tunnel sottomarino, offrono paesaggi drammatici e vigorosi con montagne impettite che si specchiano in insenature popolate di cigni selvatici. Appeal a cui concorrono in inverno l’aurora boreale, in estate il sole di mezzanotte e in primavera i merluzzi sviscerati che seccano sulle rastrelliere.

Lofoten, Hamnøy (foto Marco Moretti) Sono chiamate 'l'arcipelago del merluzzo' perché qui - da gennaio ad aprile - si pesca lo skrei, la varietà più pregiata di questa specie (da cui si ricavano stoccafisso e baccalà) che dal gelido Mare di Barens raggiunge le Lofoten per la stagione della riproduzione. Soprannome riduttivo perché tra qui e Tromsø (430 km più a nord) si genera il maggiore export ittico del mondo: imprese - coordinate dal Norwegian Seafood Council - esportano ogni anno 2,8 milioni di tonnellate di pesce in 150 paesi per un valore 15,5 miliardi di euro. Si tratta di oltre 60 varietà ittiche e il re di mari norvegesi non è il merluzzo bensì il salmone atlantico: con una produzione annuale di 1,75 milioni di tonnellate copre il 75% dell'intero export ittico. La pesca fu la prima voce dell’economia di Oslo, nonché la prima fonte di proteine dei norvegesi, fino alla scoperta del petrolio. La Findus nacque dalla Frionor di Hammerfest (810 km a nord delle Lofoten, poco sotto il parallelo di Capo Nord), all’epoca la maggiore azienda del mondo per la trasformazione del pesce.