di Velia Alvich

Giovanni Covone, 57 anni, è astrofisico e autore di saggi divulgativi. Studia la materia organica nello spazio per capire se ci siamo solamente noi nell’universo. «Guardiamo il cielo e proviamo solitudine. Siamo l’unica specie che cerca la trascendenza con la poesia. Se incontrassi gli extraterrestri gli chiederei cosa fanno quando sono tristi»

Siamo soli nell’universo? Una domanda che non ha ancora una risposta definitiva e che l’umanità si è posta più volte nel corso della storia, puntando prima lo sguardo e poi i telescopi verso il cielo stellato. E mentre la fantascienza elargisce raffigurazioni immaginifiche di alieni, la scienza va a caccia di prove inconfutabili nelle profondità di un universo che per ora rimane gelido e, soprattutto, silenzioso. Come molte domande, anche quella sull’esistenza o meno di vita extraterrestre rivela tanto sulla condizione di chi si pone l’interrogativo. «A volte come umanità proviamo un eccessivo senso di solitudine guardando il cielo, come se potesse essere appagato solo da una compagnia “stellare”. Ma su questa zattera chiamata Terra siamo già in parecchi: dovremmo sentirci più in connessione tra di noi», sostiene Giovanni Covone, astrofisico, docente all’Università Federico II e presidente della Città della Scienza che, con due libri di divulgazione scientifica – Altre terre (2023) e La vita e le stelle (2026), entrambi editi da HarperCollins – cerca di rispondere a questo interrogativo esistenziale tutto umano.