La ricerca di forme di vita aliene oltre i confini del nostro pianeta è come un complicatissimo puzzle, da risolvere avendo a disposizione solo una manciata di tessere. Ovviamente, il rigore della scienza impone estrema cautela nell’interpretazione degli indizi che trovano sonde e rover esplorando altri pianeti. E però l’ossessione per evitare i falsi positivi – risultati che indicano la presenza di forme di vita dove in realtà non ce ne sono – rischia di farci dare la zappa sui piedi: le missioni che inviamo su altri mondi non sono pensate a dovere per affrontare il problema opposto, quello dei falsi negativi, che possono impedirci di notare un indizio cruciale anche quando ce lo troviamo di fronte al naso. Questa almeno è l’opinione di un gruppo di astrofisici guidati da Loes ten Kate, astrobiologa delle Università di Utrecht e di Amsterdam, che hanno espresso le loro perplessità e le loro proposte di riforma dell’astrobiologia in uno studio pubblicato su Nature Astronomy.Il fantasma delle missioni VikingIl dibattito non è puramente teorico, ma affonda le radici nella storia dell’esplorazione spaziale. Nel 1976, i lander del programma Viking della Nasa eseguirono i primi esperimenti biologici pensati espressamente per identificare la presenza di forme di vita organiche nel suolo marziano. Lo spettrometro di massa non rilevò tracce significative di sostanze organiche native, portando la comunità scientifica a dichiarare il pianeta privo di vita.Decenni dopo, però, il lander Phoenix individuò nel regolite marziano la presenza di sali di perclorato, sostanze che reagiscono con le molecole organiche quando queste vengono degradate termicamente, producendo clorometano e diclorometano. Queste due sostanze erano effettivamente state identificate dalle analisi delle sonde Viking, ma ritenute contaminanti di origine terrestre non avendo prova della presenza di perclorato nella regolite marziana. Chimica a parte, i risultati che per oltre 40 anni avevano fatto dichiarare Marte privo delle sostanze necessarie alla vita rischiavano di rivelarsi un falso negativo. Come ha confermato poi Curiosity nel 2014, individuando la presenza di molecole organiche nei campioni raccolti all’interno del cratere Gale.Dove nascono i falsi negativiA detta degli autori del nuovo studio, una maggiore capacità di evitare falsi negativi è quindi fondamentale, se vogliamo avere qualche chance di identificare la presenza di eventuali forme di vita extraterrestri. I ricercatori identificano diversi aspetti problematici delle strategie attuali, che possono compromettere la capacità degli strumenti attuali e futuri – inclusi il telescopio spaziale James Webb o i futuri LIFE e Habitable Worlds Observatory – di identificare la presenza di biofirme aliene.Sostanzialmente, a loro parere, la nostra strategia di ricerca è basata sulla falsa illusione che la vita fuori dal nostro pianeta segua le regole che abbiamo imparato a conoscere sulla Terra. Che le forme di vita aliene, se presenti, siano quindi diffuse su tutto il pianeta, abbondanti e quindi facili da identificare, e abbastanza simili a quelle terrestri da permetterci di riconoscerle. Per questi e altri motivi, è probabile che se anche la vita aliena esistesse dove abbiamo già cercato, potremmo non essercene mai accorti a causa di falsi negativi nei risultati delle nostre analisi e misurazioni.Una strategia per non mancare l’obiettivoPer minimizzare il rischio che l’assenza di prove venga scambiata per la prova di un’assenza di forme di vita aliene, gli autori dello studio propongono un cambio di paradigma nella pianificazione delle future missioni. Scongiurare i falsi negativi deve diventare una priorità, come si fa già, giustamente, nei confronti dei falsi positivi. È necessaria una strategia di ricerca che documenti sistematicamente i limiti dei modelli e degli strumenti, integrando i tassi di falsi negativi nei calcoli probabilistici utilizzati nelle valutazioni dell’astrobiologia.Sarà importante aggiornare costantemente i registri delle aree già esplorate, e valutare quali sono a maggior rischio di aver dato risultati scorretti a causa dei limiti strumentali attuali, così da visitarle nuovamente quando nuove tecnologie analitiche diverranno disponibili. E bisognerà iniziare a cercare anche forme di vita diverse da quelle che conosciamo, e in zone dove pensiamo che la vita sia impossibile basandoci sull’esperienza del nostro pianeta. Senza questo sforzo metodologico, il rischio è quello di escludere prematuramente target di primaria importanza scientifica o di autorizzare lo sfruttamento di risorse su corpi celesti considerati erroneamente privi di una biosfera da proteggere.