C’è un regista celebre, ormai novantenne, che di recente ha perso il suo teatro. Era stato lui a fondarlo più di sessant’anni fa e a renderlo famoso in tutto il mondo. Chiunque altro, credo, si sarebbe arreso e avrebbe deciso che era giunto il momento di ritirarsi. Il regista in questione ha reagito in modo opposto, estraendo da un fatto traumatico nuove, insospettate energie e motivazioni inedite.

Sto parlando di Eugenio Barba, che compirà novant’anni il prossimo 29 ottobre, e che Lucia Franchi e Luca Ricci, direttori del festival Kilowatt a Sansepolcro, hanno scelto come padrino della bella edizione di quest’anno (la XXIV, 17-25 luglio), affiancandogli come madrina l’attrice Julia Varley, sua collaboratrice essenziale da tanti anni ed esponente storica dell’Odin Teatret.

L’Odin Teatret, appunto. La caparbietà di Barba ha fatto sì che la compagnia, pur decimata, sopravvivesse alla crisi e continuasse a produrre nuovi lavori: in particolare, Compassione, con Varley, e lo spettacolo collettivo Le nuvole di Amleto, che sarà possibile vedere ancora in Italia in autunno.

C’è una lezione nel modo in cui Barba si sta muovendo negli ultimi anni, reinventando la sua figura di maestro indiscusso in modi che potrebbero apparire strani a chi non fosse in grado di coglierne la coerenza profonda con il suo passato e, soprattutto, le sue origini.