Un festival di nove giorni, 69 spettacoli e 77 repliche non si lascia riassumere facilmente, tanto meno da chi, come me, vi ha trascorso soltanto quarantotto ore. Eppure quel frammento di Kilowatt 2026, andato in scena a Sansepolcro dal 17 al 25 luglio, è bastato a far affiorare una domanda enorme: che cosa si cerca nel teatro e perché lo si fa?

La domanda ha attraversato i due incontri riuniti sotto il titolo L’eredità pesca da sola i suoi eredi, dedicati all’influenza del maestro Eugenio Barba e Julia Varley sul teatro italiano e all’esperienza dell’Odin Teatret. Entrambi coordinati da Marco De Marinis, hanno affiancato al confronto la proiezione di due film: il primo, L’arte dell’impossibile di Elsa Kvamme, ha preceduto il dialogo con Piergiorgio Giacché e Armando Punzo; il secondo, Zona limite di Stefano Di Buduo, quello con Davide Iodice, Marco Martinelli ed Ermanna Montanari. Il titolo conteneva già il punto: un’eredità vive soltanto se qualcuno la raccoglie, rinnovandola. Si parlava di Barba, di Varley e dell’Odin, ma in fondo anche delle ragioni per cui si sceglie il teatro. Un mestiere, certo, ma soprattutto un modo di stare al mondo.

Lo mostra anche Compassione, diretto da Barba e interpretato da Varley, il mio primo spettacolo della rassegna. Tre storie grottesche e dolenti, tra presente e mito, prendono forma in un turbinio di figure, oggetti e metamorfosi. Varley mette la tecnica al servizio di una riflessione sulla sofferenza, sulla guerra, sulla possibilità stessa di guardare il dolore degli altri. La compassione, qui, non lenisce: interroga.