Il nuovo rapporto della Casa Bianca sul transshipment va oltre la lotta all’elusione dei dazi e mette al centro il controllo delle reti produttive globali. Con il Detective Border, Washington punta a usare dati e intelligenza artificiale per mappare dipendenze, anomalie e relazioni lungo le supply chain. Ma vedere una rete non significa possedere le capacità necessarie per sostituirla, e ricostruire ecosistemi industriali richiede tempo, capitale e competenze. L’analisi del generale Pasquale Preziosa
Il nuovo rapporto della Casa Bianca, The Great Transshipment Scam, nasce apparentemente da un problema doganale: contrastare l’elusione dei dazi americani attraverso il transshipment, cioè la triangolazione commerciale illecita mediante Paesi terzi. Ma dietro la questione tariffaria emerge un problema strategico molto più importante: gli Stati Uniti stanno cercando di riprendere il controllo di reti produttive globali dalle quali vogliono ridurre la propria dipendenza, ma che non sono ancora in grado di sostituire rapidamente. Per decenni la globalizzazione ha trasferito una parte crescente della produzione industriale verso i luoghi nei quali risultava economicamente più conveniente produrre. La Cina è stata il principale beneficiario di questo processo, costruendo qualcosa di molto più complesso della tradizionale “fabbrica del mondo”. Intorno alla sua manifattura si è formato un ecosistema fatto di fornitori, subfornitori, infrastrutture, porti, logistica, raffinazione, componentistica, competenze, conoscenza industriale ed economie di scala. Oggi quella concentrazione è considerata da Washington una vulnerabilità strategica. Dazi, restrizioni tecnologiche, reshoring e friend-shoring cercano di ridurla. Ma esiste un problema fondamentale: è molto più facile modificare una tariffa che ricostruire un ecosistema industriale.







