Mentre è in corso l’ennesima guerra dei dazi con il Canada, dovrebbe far riflettere l’ultimo dato della bilancia commerciale degli Stati Uniti. Il saldo negativo tra import ed export di beni ha toccato, nel luglio scorso, il valore più alto dal marzo del 2025, il mese che precedette il Liberation day di Donald Trump. Un dato ampliato allora da acquisti anticipati in vista della sbandierata e teatrale mossa protezionista della Casa Bianca.

Il deficit del luglio di quest’anno è stato di 118,8 miliardi, superiore del 17,2 per cento nel confronto con il mese precedente. Le importazioni sono cresciute del 3,7 per cento rispetto a giugno. Ma soprattutto, come sottolinea Luca Veronese su Il Sole 24 Ore, vi è stato un autentico boom di importazioni di beni strumentali legati allo sviluppo dell’Intelligenza artificiale (Ai) che l’industria nazionale non può o non riesce a produrre a prezzi competitivi.

Le esportazioni americane sono invece diminuite del 2,9 per cento. Si attenua, di conseguenza, il contributo del commercio estero alla crescita, dopo essersi dissolta la speranza di ridurre, grazie ai dazi, il deficit e, di conseguenza, il debito pubblico americano. Si conferma l’importanza strategica della spinta dovuta agli investimenti, mai così elevati su una singola tecnologia, sull’Intelligenza artificiale. Ma il dato di luglio, che è ancora una stima, spiega come sia ancora più intrecciata del previsto l’interdipendenza tra aree economiche nel campo delle tecnologie più evolute. I dazi sono un intralcio, oltre che un costo (in larga parte rimborsato agli importatori dopo la pronuncia della Corte suprema) in quella che appare come la sfida geopolitica ed economica del futuro. La parola dazio era tra le più amate di Trump. Forse ora non più.