La contrattazione collettiva è riuscita o no a garantire il recupero del potere d’acquisto perso dai lavoratori con la fiammata inflazionistica iniziata nel 2022? Alcuni dati suggeriscono che il giudizio dovrebbe essere meno negativo di quanto si crede.

I contratti collettivi e l’inflazione

I recenti rapporti di Inps e Ufficio parlamentare di bilancio hanno riportato al centro del dibattito la questione salariale. Entrambi documentano una significativa perdita di potere d’acquisto durante la fase inflattiva e il ruolo della politica fiscale nel mitigarne gli effetti. Da qui deriva quasi inevitabilmente un interrogativo: il nostro sistema di contrattazione collettiva è davvero riuscito a proteggere i salari? E l’inflazione come entra nei rinnovi dei diversi contratti nazionali di lavoro? Lo fa in misura differenziata, ma per i principali Ccnl si registra un forte recupero di quanto perso.

A partire dalla grande recessione del 2008, c’è stata una decisa proliferazione dei meccanismi regolatori adottati nei diversi settori di fronte alla dinamica inflattiva. Resta un tratto comune: in molti casi l’evoluzione dei minimi contrattuali è in qualche modo legata all’inflazione prevista dall’Istat, in termini di Ipca-Nei cioè dell’indice dei prezzi al consumo armonizzato in sede europea e al netto dell’effetto dei beni energetici importati. Non è però così, ad esempio, nel pubblico impiego, dove il quantum del rinnovo è definito da una negoziazione più squisitamente politica e sempre più legata agli equilibri di finanza pubblica.