C’è un modo semplice per raccontare la politica italiana degli ultimi vent’anni: prendere lo stesso canovaccio e cambiargli il protagonista ogni tanto. Prima la protesta contro la casta, poi l’uomo nuovo che promette di rottamare tutto, poi il populismo dei social, poi il leader forte che non ha più nemmeno bisogno del partito. Le facce cambiano, il meccanismo no. E la cosa più inquietante non è che si ripeta — è che ogni volta sembriamo sorpresi, come se fosse la prima. I partiti, per la maggior parte, hanno smesso da tempo di essere organizzazioni radicate e sono diventati contenitori usa e getta, buoni per una campagna elettorale e poi da rifondare daccapo. Il Parlamento, che dovrebbe essere il cuore della rappresentanza, si è progressivamente svuotato. Eppure — ed è qui il paradosso — dal 4 settembre 2026 avremo il governo più longevo della storia repubblicana, oltre i 1.412 giorni del Berlusconi II. Un governo stabile, una rappresentanza politica sempre più debole. Non è un caso: sono due facce della stessa medaglia. Più la seconda si sfilaccia, più il primo si irrigidisce.

Il copione si ripete anche dentro i partiti. Non è più il congresso a scegliere il segretario, ma un plebiscito da tribuna. E quel segretario è già, per automatismo, il candidato premier: nome sul simbolo, faccia sul manifesto, casella sulla scheda. Non è più un processo di selezione, è un’incoronazione.