L’estate della politica italiana sarà ancora lunga e inclemente, e avrà chiaramente un solo protagonista: Roberto Vannacci. Eppure la grande telenovela che lo vede protagonista, incentrata sulla sua partecipazione o non partecipazione alla coalizione di centrodestra, ha una trama talmente esile da reggere a malapena una puntata, quella in cui il governo varerà infine la nuova legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza. Con tutti i sondaggi che danno Futuro nazionale già al sei per cento, e in crescita costante, nessuna coalizione di governo al mondo si affretterebbe a modificare in tal senso il sistema di voto, al solo scopo di assicurare una larga maggioranza ai propri avversari. Dopodiché, essendo la minaccia di tenerlo fuori, con la pressione del cosiddetto voto utile, l’unica arma con cui il centrodestra può sperare di frenarne l’ascesa, è altrettanto ovvio che fino al giorno prima di siglare l’accordo i partiti della maggioranza continueranno a dire il contrario.
Si può persino concedere loro una sorta di parziale buona fede – diciamo un cinque per cento di sincerità – corrispondente alla speranza che una simile campagna, o magari un rivolgimento improvviso e imprevedibile, o un suo errore fatale, ne facciano precipitare i consensi. Se alle soglie della campagna elettorale a Vannacci fossero attribuite percentuali trascurabili, è chiaro che il centrodestra avrebbe solo da guadagnarci a tenerlo fuori.










