di
Allegra Ferrante
Era appena arrivato nella baita dove avrebbe affiancato i pastori. Appena possibile lasciava il computer per le avventure ad alta quota: da poco aveva partecipato alla sua prima gara di corsa in salita in Valmalenco
Pietro Maria Fiori aveva 35 anni, faceva il product designer a Milano e, appena poteva, lasciava lo schermo per la roccia: arrampicava, correva sui sentieri, partiva con la tenda, una corda e il suo cane. «Queste sono le avventure che amo. Quelle che ti ricordano che basta poco per essere felici», scriveva l’8 agosto su Instagram, nel profilo chiamato Trust your pit. Il meteo dava ancora pioggia. Lui era partito lo stesso, insieme ad altri due amici, verso una falesia lontana, «intonsa, quasi vergine». Tre giorni, «poco altro». La roccia, il panorama, soprattutto il silenzio.
Tre settimane dopo, nella notte tra sabato e domenica, Fiori è morto per un’intossicazione da monossido di carbonio in una baita all’Alpe Buscagna, a 1.980 metri, nell’area dell’Alpe Devero. Con lui c’erano una volontaria di 19 anni, ora ricoverata in gravi condizioni al Niguarda, e quattro uomini dell’azienda agricola che gestisce l’alpeggio. L’allarme è scattato intorno al mezzanotte e mezza. Uno di loro, già confuso per le esalazioni, è riuscito a chiamare i soccorsi: «Aiutateci». La baita, isolata, si raggiunge con circa un’ora di cammino. Il boiler dal quale potrebbe essere fuoriuscito il gas è stato sequestrato.










