Ricercatore e formatore nell'ambito delle

scienze sociali, mi occupo da anni di sociologia del lavoro e dell'istruzione.

Collaboro principalmente con Associa…

Ogni anno un dipendente su due appartenente alla Generazione Z lascia l’azienda in cui lavora. Lo certifica l’Osservatorio Zucchetti HR 2026 che quest’anno ha affiancato all’indagine su 1.500 aziende un dato di rilevazione diretta, ossia il turnover calcolato su quasi 3,35 milioni di contratti a tempo indeterminato. Buste paga, assunzioni, cessazioni reali. Il risultato è il 51,09% di turnover complessivo tra i nati dopo il 1995 nel 2024, 45,99% nel 2025. Più del doppio dei Millennials, quasi il triplo della Generazione X. Su numeri così si scatenano le solite interpretazioni culturali e psicologiche. Generazione volatile, allergica al sacrificio, incapace di “fare gavetta”. Oppure, nella versione benevola che circola nei convegni HR, giovani portatori di nuovi valori per i quali «non basta la retribuzione» e servono flessibilità, purpose, contesti valoriali coerenti. Le due letture sembrano opposte ma dicono la stessa cosa: se uno su due se ne va, la spiegazione sta nella testa di chi se ne va. Nelle sue aspettative, nella sua cultura, nella sua presunta mutazione antropologica.