Se c’è una cosa che va detta di "Dibba" – e forse va detta per prima – è che in tutto quello che fa mette non solo la faccia, ma tutto il corpo, con quella singolare vocazione a non risparmiarsi, a non riguardarsi, che forse è carattere o, magari, è cultura, frutto di certe letture, di un modo di guardare al mondo – un mondo che indigna o esalta, ma che mai, mai, risulta indifferente – frutto, anche, della continua ispirazione offertagli dal Che, il suo mito, tanto da restargli appiccicato addosso l’appellativo di "Che Guevara di Roma Nord".

Insomma, per dirlo con le parole dello scrittore spagnolo Manuel Vilas "in tutto c’è stata bellezza", in ogni cosa - dall’esperienza con i Cinquestelle, prima nelle piazze e poi in Parlamento, deputato dal 2013 al 2018, alla militanza politica libera, senza partito, alle battaglie per Gaza, ai reportage giornalistici, ai libri, alla paternità di due figli, insieme alla compagna Sahra Lahouasnia, negli anni in cui decise di non ricandidarsi, mentre altri compagni di partito si assicuravano una carriera politica, Dibba ha cercato e cerca la bellezza nella sfumatura preferita dai combattenti: la giustizia. Una ricerca che vuole anima e corpo, quel corpo che, nelle frammentarie notizie che giungono da Cuba, prima l’ha tradito e poi, nel risveglio in ambulanza verso L’Avana, forse, auspicabilmente, è tornato.