Roma – La piazza pubblica non è stata sostituita da una piazza digitale: è stata privatizzata. Milioni di individui parlano nello stesso istante e ciascuno dispone di una voce potenzialmente universale. Ma il cittadino, connesso, esposto, profilato, sollecitato, è, però, solo e isolato. Al massimo pulviscolare. Il problema della democrazia, dunque, non è più il silenzio: è un rumore continuo nel quale l’indignazione corre più rapidamente del giudizio e la visibilità o, meglio, la ricerca costante di visibilità, prende il posto della rappresentanza.

La democrazia di massa del Novecento, invece, viveva di mediazioni e rappresentanza. Partiti, sindacati, giornali e associazioni trasformavano interessi privati in domande pubbliche, rabbia in conflitto regolato, appartenenza in programma. Quando i social network sono arrivati, quella trama era già consumata: in Europa gli iscritti ai partiti erano quasi il 15 per cento degli elettori all’inizio degli anni Sessanta e appena il 5 al passaggio del secolo. La rete, quindi, non ha demolito da sola la rappresentanza; ha occupato il vuoto lasciato dalla sua ritirata.

Peter Mair lo chiamò “governare il vuoto”: partiti più personali, società meno organizzate, elettori mobili e disponibili alla protesta. La promessa digitale sembrò offrire la cura: finalmente il cittadino senza intermediari. È accaduto il contrario. Gli intermediari sono diventati più potenti e meno visibili. Al dirigente politico, al sindacalista, al mediatore sociale si è sostituito un sistema autoreferenziale, apparentemente aperto ma di fatto opaco, di reti concentrate in poche mani nei differenti livelli, un sistema che decide che cosa vediamo senza dover motivare la scelta né rispondere a un elettorato.