L’avvento della digitalizzazione ha modificato profondamente il nostro modo di comunicare, ridefinendo i presupposti strutturali della libertà di opinione, intesa come nucleo fondativo su cui, storicamente, le democrazie occidentali hanno edificato la propria legittimità. Nel 1962 Jürgen Habermas definiva lo spazio pubblico come un’arena ideale, sottratta alle ingerenze dell’autorità statale e alle logiche di mercato; in cui i cittadini potevano aggregarsi, attualizzando un’opinione pubblica critica in grado di sorvegliare il potere politico (Habermas, 2005).L’alba di Internet, e la successiva architettura del Web 2.0, erano state salutate da un diffuso ottimismo democratico, i teorici dei media dei primi anni duemila scorsero nelle reti digitali l’infrastruttura materiale capace di tradurre in realtà l’ideale di una democrazia deliberativa di massa: la Rete appariva per sua natura orizzontale, acentrica, refrattaria alle censure iperverticali e predisposta naturalmente a una radicale disintermediazione dei flussi informativi.Yochai Benkler (2006), nel suo seminale studio sulla ricchezza delle reti, teorizzò la nascita di un’economia politica della comunicazione imperniata sulla produzione sociale paritaria (commons-based peer production). Secondo Benkler, il crollo dei costi di produzione e distribuzione intellettuale avrebbe sottratto il monopolio della parola all’oligopolio del broadcasting novecentesco. L’individuo, storicamente ridotto a spettatore passivo e atomizzato dei media verticali, si emancipava assumendo la veste di prosumer (produttore-consumatore): un attore autonomo capace di immettere idee, narrazioni e istanze critiche direttamente nel flusso globale, bypassando i filtri selettivi dei vecchi gatekeeper editoriali.Indice degli argomenti