L’abbiamo sempre data anche un po’ per scontata, blindata com’è dall’articolo 21 della Costituzione. Nell’era degli algoritmi però la libertà di informazione è profondamente cambiata nella sua stessa essenza ed è necessario comprenderlo appieno, per continuare ad esercitarla e difenderla. Ne parliamo con il giurista messinese Oreste Pollicino, professore ordinario di Diritto costituzionale e Regolazione dell’Intelligenza Artificiale all’Università Bocconi, uno dei più autorevoli esperti internazionali di costituzionalismo digitale applicato anche alle dinamiche della comunicazione.Che significato possiamo dare oggi al valore costituzionale della libertà di informazione come codificata dall’articolo 21? Possiamo ancora leggerla con le categorie tradizionali o serve una nuova interpretazione?L’articolo 21 resta una delle norme più moderne della nostra Costituzione, proprio perché non protegge soltanto il diritto di “dire” qualcosa, ma la possibilità stessa che una società democratica viva dentro uno spazio pubblico aperto, plurale e contendibile. Tuttavia, oggi non possiamo più leggerlo solo con le categorie del Novecento: stampa, televisione, editore, giornalista, lettore. Quelle categorie non sono superate, ma sono insufficienti. Il punto decisivo è che la libertà di informazione non si gioca più soltanto sul contenuto, ma sull’architettura che rende quel contenuto visibile, invisibile, prioritario, marginale, amplificato o sepolto. La domanda costituzionale, quindi, cambia: non solo “chi può parlare?”, ma “chi decide che cosa vediamo?”, “con quali criteri?”, “con quale trasparenza?”, “con quali responsabilità?”. L’articolo 21 va letto oggi insieme al pluralismo, alla dignità della persona, all’eguaglianza, alla protezione dei dati, alla libertà di formarsi un’opinione. La sua nuova interpretazione non deve indebolire la libertà di espressione, ma rafforzarla contro poteri nuovi, spesso privati, opachi e infrastrutturali.La democrazia si fonda su un’opinione pubblica informata: quanto l’uso crescente di sistemi di IA nella produzione e veicolazione delle notizie rischia di alterare questo equilibrio?Il rischio è molto serio, ma va compreso bene. L’intelligenza artificiale non produce soltanto testi, immagini o video. Produce ambienti informativi. Se usata senza responsabilità, può moltiplicare contenuti apparentemente plausibili ma non verificati, generare falsi realistici, automatizzare campagne di disinformazione, personalizzare la propaganda e saturare lo spazio pubblico con rumore informativo. In questo scenario il problema non è solo la fake news in senso tradizionale. È la perdita della distinzione tra fonte, contenuto, contesto e responsabilità editoriale. Se il cittadino non sa più se ciò che legge proviene da una redazione, da un sistema automatizzato, da un aggregatore, da un account artificiale o da una manipolazione intenzionale, la democrazia perde una delle sue condizioni di base: la fiducia minima nella riconoscibilità delle fonti. L’IA può anche aiutare il giornalismo, nella verifica, nell’analisi dei dati, nella traduzione, nel fact-checking. Ma questo accade solo se resta chiara la catena della responsabilità umana. La democrazia non ha bisogno di meno tecnologia; ha bisogno di tecnologia governata da principi costituzionali.La tutela della proprietà intellettuale editoriale è un tema economico e industriale che investe la sopravvivenza stessa delle fonti e del sistema dell’informazione professionale: quali sono i rischi e come affrontarli?La proprietà intellettuale, in questo settore, non è soltanto una questione di remunerazione. È una questione democratica. Se il lavoro giornalistico professionale viene assorbito, riutilizzato, sintetizzato e redistribuito da grandi sistemi tecnologici senza adeguata trasparenza e senza equa compensazione, il rischio è che si impoverisca proprio l’infrastruttura che produce informazione verificata. Il paradosso è evidente: i sistemi di IA e gli intermediari digitali si alimentano anche del lavoro delle redazioni, ma possono contribuire a sottrarre traffico, valore economico e centralità alle stesse fonti da cui dipendono. Questo non significa bloccare l’innovazione. Significa costruire regole serie su tre piani: trasparenza sull’uso dei contenuti editoriali per addestrare o alimentare sistemi di IA; forme effettive di remunerazione e licenza; riconoscibilità delle fonti originarie quando il contenuto giornalistico viene sintetizzato o mediato da strumenti artificiali. Senza un giornalismo economicamente sostenibile, il pluralismo diventa un principio nobile ma astratto.I giovani si muovono sempre più tra nuovi canali e linguaggi, mentre si riducono il tempo dell’attenzione e la capacità di decodificare temi complessi. Che impatto ha tutto questo sulla consapevolezza individuale e il pensiero critico?Il problema non è che i giovani usino nuovi linguaggi. Ogni generazione costruisce i propri codici. Il problema nasce quando il linguaggio breve, emotivo, frammentato diventa l’unico modo di accesso alla realtà. Se tutto viene consumato in pochi secondi, il rischio è che la complessità appaia come un difetto e non come una condizione normale del pensiero. La cittadinanza democratica, invece, richiede tempo: tempo per leggere, verificare, confrontare, dubitare, cambiare idea. Le piattaforme digitali sono spesso costruite per catturare attenzione, non per formare giudizio. Qui si produce una tensione profonda tra economia dell’attenzione e libertà cognitiva. Non dobbiamo demonizzare i giovani, che spesso sono molto più consapevoli degli adulti nell’uso pratico degli strumenti digitali. Ma dobbiamo aiutarli a distinguere velocità e conoscenza, accesso all’informazione e comprensione, opinione e giudizio. Il pensiero critico non nasce spontaneamente dall’abbondanza informativa. Va educato, allenato, protetto.Nel rapporto tra media tradizionali e nuovi media c’è ancora una gerarchia di autorevolezza? E quale futuro hanno le fonti del giornalismo professionale, in uno scenario dominato dalla disintermediazione? In particolare, che orizzonti vede per il quotidiano?Una gerarchia di autorevolezza esiste ancora, ma non può più essere data per scontata. In passato l’autorevolezza derivava anche dalla posizione: il giornale, il telegiornale, la firma, la testata. Oggi deve essere continuamente dimostrata. Questo può essere faticoso, ma è anche salutare. Il giornalismo professionale sopravvivrà se saprà offrire ciò che la disintermediazione non offre: verifica, contesto, gerarchia delle notizie, responsabilità, memoria, capacità di spiegare ciò che accade senza limitarsi a rincorrere il flusso. Il quotidiano, in particolare, non può competere con la velocità pura delle piattaforme. Sarebbe una gara persa. Può però recuperare centralità come strumento di orientamento. Il suo futuro non è essere il primo luogo in cui compare una notizia, ma il luogo in cui quella notizia viene ordinata, spiegata, collegata ad altre, resa comprensibile. Il quotidiano può diventare meno “contenitore di notizie” e più “istituzione della comprensione”. In un mondo saturo di informazioni, il valore non è solo sapere qualcosa prima, ma capire meglio.Che ruolo ha la media education - per ragazze e ragazzi, ma forse non ne hanno bisogno solo loro - e con quali strumenti realizzarla in modo efficace?La media education è oggi una forma essenziale di educazione civica. Non riguarda solo l’uso tecnico degli strumenti, ma la comprensione dei poteri che stanno dietro gli strumenti. Bisogna insegnare che una piattaforma non è neutrale, che un algoritmo seleziona, che una fonte va verificata, che un’immagine può essere generata, che un contenuto virale non è necessariamente vero, che l’emozione non sostituisce l’argomentazione. Ma questa educazione non può essere confinata a qualche lezione occasionale. Deve entrare stabilmente nella scuola, nell’università, nella formazione degli adulti, nelle redazioni, nelle amministrazioni pubbliche, nelle imprese. Servono laboratori pratici: confrontare fonti diverse, riconoscere manipolazioni, capire come funziona una raccomandazione algoritmica, discutere casi concreti. E serve anche una formazione degli insegnanti. Non possiamo chiedere ai ragazzi di orientarsi nel digitale se gli adulti non sono messi nelle condizioni di accompagnarli. La media education non è paternalismo. È autonomia.Come vede in questo momento il contesto del meridione d’Italia in termini di opportunità per le fasce più giovani, sotto il profilo dell’istruzione e dell’occupazione?Il Mezzogiorno vive ancora una contraddizione molto forte. Da un lato conserva energie straordinarie: intelligenze, creatività, capacità di adattamento, legami sociali, università e scuole che in molti casi svolgono un lavoro prezioso. Dall’altro lato soffre ancora divari strutturali nell’accesso alle opportunità, nella qualità dei servizi, nella continuità tra formazione e lavoro, nella possibilità di trasformare il merito in percorso professionale. Il punto non è raccontare il Sud come luogo della mancanza, perché sarebbe ingiusto e culturalmente povero. Il punto è riconoscere che molti giovani meridionali devono ancora spendere più energia di altri per arrivare allo stesso punto di partenza. La sfida è costruire opportunità senza costringere sempre alla partenza come unica forma di emancipazione. Partire può essere fondamentale, ma deve essere una scelta, non una condanna. Istruzione, digitale, ricerca, impresa innovativa e pubblica amministrazione possono diventare leve importanti, ma solo se accompagnate da investimenti seri, continuità istituzionale e fiducia nei giovani.Ricordando il suo passato di studente che dal Sud ha poi compiuto un percorso professionale particolarmente illustre, che cosa si sente di suggerire ai giovani suoi conterranei, chiamati a scelte impegnative sul loro futuro in una condizione di partenza non sempre ottimale?Direi anzitutto di non trasformare mai la condizione di partenza in una definizione di sé. Venire dal Sud può significare incontrare ostacoli, ma può anche dare una forza particolare: l’abitudine alla fatica, il senso delle relazioni, una certa capacità di resistenza, uno sguardo non ingenuo sulle diseguaglianze. Ai giovani suggerirei tre cose. La prima è studiare seriamente, perché lo studio resta la forma più solida di libertà. Non lo studio come accumulo di nozioni, ma come disciplina del pensiero. La seconda è non avere paura di uscire: andare altrove, confrontarsi, imparare lingue, attraversare ambienti diversi. Ma senza vivere la partenza come rinuncia alle proprie radici. La terza è cercare maestri, non scorciatoie. Le scorciatoie promettono velocità, i maestri costruiscono profondità. E aggiungerei una cosa: non aspettare che il contesto diventi perfetto per iniziare. Molte condizioni non saranno ottimali. Ma proprio per questo occorre costruire competenza, credibilità e visione. Il Sud non deve essere solo il luogo da cui si parte. Deve poter diventare anche il luogo a cui si restituisce qualcosa.Il profilo: difendere i diritti al tempo dell’Ai, di Giovanna BergantinOreste Pollicino, 49 anni, messinese, formazione tra UniMe (laureato con lode in Giurisprudenza con una tesi sulla Privacy), Bologna, Bruges e Oxford, è professore ordinario di Diritto costituzionale e Regolazione dell’Intelligenza Artificiale all’Università Bocconi, dove dirige il Master LL.M in Law of Technology and Automated Systems. È advisor dell’Agenzia Nazionale per la Cybersicurezza e presidente di Class Editori. A Bruxelles presiede il DICOPO – Centre on Digital Constitutionalism and Policy ed è uno dei pochi italiani nel Plenary UE incaricato di contribuire al primo Codice di condotta per l’IA. Ha offerto la propria expertise alla Commissione europea su temi quali la lotta contro la disinformazione e la governance dell’AI. Ha rappresentato l’Italia presso l’Agenzia europea per i diritti fondamentali (FRA). Ha collaborato in qualità di esperto con il World Economic Forum e l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo e economico (OCSE) per la definizione di standard e raccomandazioni su trasparenza algoritmica, tutela dei diritti fondamentali e accountability delle tecnologie emergenti.È founder di Pollicino AIdvisory, la prima boutique italiana interdisciplinare sull’AI governance, e promuove una costante attività divulgativa, partecipando attivamente al dibattito pubblico sulle implicazioni costituzionali e democratiche delle trasformazioni digitali, e contribuendo a rendere accessibili temi complessi come la regolazione dell’intelligenza artificiale, la disinformazione online e l’equilibrio tra innovazione e tutela dei diritti. Nel 2019 nominato giudice ad hoc presso la Corte europea dei diritti dell’uomo, ha fatto parte di gruppi di lavoro europei su media, piattaforme digitali e libertà d’espressione. Autore di numerosi saggi, tra cui Intelligenza artificiale e Democrazia (Bocconi University Press), Digital Constitutionalism e Judicial Protection of Fundamental Rights in the Digital Age.È stato da poco nominato componente del Comitato sull’IA del Ministero del Lavoro in uno dei passaggi più delicati della transizione digitale italiana, per valutare le ricadute normative dei sistemi algoritmici, dalle nuove forme di vulnerabilità alla ridefinizione delle garanzie fondamentali.