Nessuno contesterebbe l’utilità di una classifica che al termine di una gara ci dica qual è l’ordine di arrivo, né i punteggi che rilevano chi è in vantaggio e chi, invece, deve recuperare terreno in un videogioco. Peccato che questa logica non sia rimasta confinata all’ambito ludico e sportivo, ma oggi influenzi il modo in cui valutiamo il mondo. Nel saggio The Score: How to Stop Playing Someone Else’s Game (Allen Lane), C. Thi Nguyen, docente di filosofia all’Università dello Utah, sostiene che ogni volta che riduciamo un risultato a una metrica rischiamo di smarrirne il significato più autentico. E così finisce che un professore venga giudicato dalle università non per la qualità delle lezioni o l’impatto sugli studenti, ma per il numero di pubblicazioni.
I disegni in questo articolo sono stati realizzati per d dall’illustratrice Eleonora Sabet.Trentenne, vive a Milano, nei suoi lavori intreccia diverse forme di espressione creativa: dalla fotografia alla calligrafia, fino ai tatuaggi.
Il titolo del suo libro invita a “lasciare il gioco di qualcun altro”. Cosa intende?
“L’idea chiave viene da Thomas Hobbes: l’arma politicamente più potente è il controllo sul linguaggio, che definisce cosa siano guerra e pace, successo e fallimento. Le metriche funzionano allo stesso modo: fissano un’interpretazione di qualcosa di vago, come l’istruzione o la salute, e ogni misura determina conseguenze. Se definiamo la salute in base agli anni di vita, per esempio, il dato spinge verso certi comportamenti come smettere di bere. Con lo screen time dei ragazzi succede qualcosa di simile: nessuno impone ai genitori di ridurlo, ma è un fattore facile da misurare e finisce per orientarci. Io volevo limitare il tempo di mio figlio finché ho capito che guardava video su buchi neri e sulla Seconda guerra mondiale. La metrica non distingueva il tempo utile da quello vuoto. È la versione più insidiosa della value capture: non veniamo manipolati, ma scegliamo una misura perché è comoda e i valori silenziosamente vi si adattano”.







