Roma, 29 agosto 2026 – La domanda sbagliata è quanti posti di lavoro distruggerà l’intelligenza artificiale. Quella decisiva è quali lavori scompariranno, quali verranno trasformati e chi sarà in grado di occupare quelli nuovi. Le previsioni più aggiornate descrivono infatti non una società senza lavoro, ma una delle più rapide riallocazioni occupazionali dell’ultimo secolo. Il World Economic Forum stima che, considerando insieme innovazione tecnologica, demografia, transizione energetica e mutamenti economici, entro il 2030 saranno creati 170 milioni di posti e ne verranno soppressi 92 milioni: saldo positivo di 78 milioni.

Isolando il solo effetto dell’IA e delle tecnologie di elaborazione dell’informazione, la previsione è di circa 11 milioni di nuovi posti contro 9 milioni sostituiti, quindi un saldo ancora positivo di due milioni. Ma dietro quel “più due” si nasconde una trasformazione molto più traumatica per chi perde un mestiere e non possiede le competenze per passare al successivo.

Il rischio sale negli uffici

La novità dell’IA rispetto alle precedenti ondate di automazione è che questa volta la frontiera entra negli uffici. L’Fmi calcola che sia esposto all’intelligenza artificiale quasi il 40% dell’occupazione mondiale, quota che sale al 60% nelle economie avanzate. Circa metà dei lavoratori esposti potrebbe ottenere forti guadagni di produttività; per l’altra metà l’IA può invece ridurre domanda di lavoro, salari e, nei casi estremi, cancellare alcune funzioni. L’Organizzazione internazionale del lavoro restringe l’analisi alla sola IA generativa e arriva a una conclusione meno catastrofica: un lavoratore su quattro nel mondo svolge un’occupazione in qualche misura esposta, ma soltanto il 3,3% dell’occupazione globale si trova nella fascia di esposizione più elevata. Nei Paesi ad alto reddito la quota complessiva sale al 34%. Il risultato più probabile, secondo l’Ilo, è dunque la trasformazione delle mansioni più che la completa eliminazione dei posti.