Sta girando in questi giorni, inviato dalla Società Italiana di Pediatria e dall’Associazione Culturale Pediatri, un documento destinato a tutti gli studi del settore sul tema della disforia di genere, con lo scopo di creare fra medico e paziente un clima accogliente.

Nulla in contrario rispetto a questa intenzione, se non fosse che il documento risulta piuttosto imbarazzante per altri motivi.

Tanto da aver già dato vita a tantissime polemiche e all’intervento molto deciso della Garante nazionale per l’infanzia.

Il punto è che questo scritto tende ad alimentare equivoci molto pericolosi proprio per i diritti dei bambini e delle bambine, che vanno tutelati piuttosto che sottoposti a una continua richiesta di etichettamento e catalogazione.

Il documento si regge sostanzialmente sull’idea che un’eventuale difficoltà nella percezione infantile del proprio genere vada presa in seria considerazione, avviando questi bambini verso trattamenti specifici e, in primo luogo, accettando tutte le loro richieste relative a quest’ambito, come ad esempio il cambiamento del nome da maschile a femminile o da femminile a maschile il più precocemente possibile.