Non si placa la polemica sulla guida dei pediatri su varianza di genere e orientamenti sessuali. Se nei giorni scorsi ad alzare la voce era stata l'associazione Pro vita, che ora chiede l'intervento del ministero della Salute, oggi a intervenire è anche la Garante dell'infanzia. Ma la Società italiana di pediatria (Sip) e l'Associazione culturale pediatri (Acp), che l'opuscolo l'hanno realizzato, rispondono: i bambini con identità di genere Lgbtqia+ "sperimentano stigma e discriminazioni che incidono sull'autostima e la fiducia verso gli adulti". E gli attacchi subiti in questi giorni "sono strumentalizzazioni".

Uno dei passaggi 'incriminati' riguarda la possibilità di prevedere già dai banchi della materna la transizione sociale, ovvero permettere ai bimbi che non si sentono identificati nel sesso di appartenenza di vivere pubblicamente in un genere diverso da quello assegnato alla nascita. Il caso portato ad esempio nella guida è quello di Alan, che da quando aveva tre anni si sentiva femmina e i cui genitori hanno accolto la richiesta di vestirsi come tale. "È impensabile una transizione sociale a tre anni", è il monito della Garante per l'infanzia e l'adolescenza Marina Terragni. "Almeno in otto casi su 10 - aggiunge - il momento di incertezza sul proprio genere si risolve invece spontaneamente. Appare strano, dunque, che oggi la stessa Sip parli di 'affermare' socialmente un bambino di soli tre anni". La pubblicazione, prosegue, "non sembra considerare documenti istituzionali che hanno ridisegnato il dibattito internazionale" e che sono accomunati "dal richiamo alla prudenza e alla tutela del diritto del minore a un futuro aperto". Mentre fa riferimento agli standard di cura che "non offrono sufficienti garanzie di scientificità", rileva la Garante auspicando "l'apertura di un ampio dibattito scientifico, mantenendo al centro l'interesse del minore".