In vista delle prossime mosse del governo, alla ricerca di nuovi fondi per interventi più selettivi contro il caro carburanti, i petrolieri scendono in campo e, in una missiva inviata alla premier Giorgia Meloni e al ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, mettono in guardia dal rischio «di ulteriori prelievi fiscali» sul comparto (leggi tassa sugli extraprofitti) che «andrebbero a drenare capacità di investimento e costituirebbero un ulteriore disincentivo a operare in Europa in un contesto in cui i grandi gruppi internazionali - scrive il presidente dell’associazione di settore, l’Unem, Gianni Murano - stanno già valutando di destinare nuovi investimenti in altre aree del mondo più competitive».
La tesi sostenuta dall’associazione che riunisce le principali imprese italiane operanti nei settori della raffinazione, della logistica, della distribuzione di prodotti petroliferi e nella ricerca e sviluppo di nuove soluzioni low carbon, è la seguente: l’attuale criticità dei mercati energetici non è riconducibile «a una carenza di disponibilità di greggio», quanto piuttosto «a un insufficiente livello di capacità di raffinazione a livello europeo stimabile in diversi milioni di barili al giorno» e frutto, si sottolinea, di una politica energetica che nell’ultimo decennio ha privilegiato gli obiettivi di decarbonizzazione a scapito delle esigenze di sicurezza degli approvvigionamenti «contribuendo alla progressiva chiusura di impianti di raffinazione sul territorio dell’Unione e vincolando sempre più la domanda europea all’importazione di prodotti finiti».













