C’erano in ballo 19,6 miliardi di euro a livello nazionale, eppure «alcuni insegnanti devono ancora essere pagati per le ore che hanno svolto nei progetti Pnrr». A segnalare il problema è il sindacato Flc-Cgil Cuneo, che mette in evidenza come, in generale, tra la scuola e il Piano nazionale di ripresa e resilienza ci sia un rapporto strano. Da una parte le intenzioni del Piano erano, fra le altre, riformare la scuola e ridurre le disuguaglianze, dall’altra, però, ci sono state impreparazione, burocrazia e, appunto, pagamenti in ritardo. «Stiamo lavorando su diversi casi di docenti, soprattutto delle Superiori, che dopo due anni in cui hanno fatto molte ore con i progetti Pnrr non sono ancora stati pagati» spiega Marisa De Simone, ex docente dell’Iis «Bianchi Bonelli Virginio» di Cuneo e ora rappresentante di Flc Cgil Cuneo. Già a febbraio in altre parti d’Italia erano emersi casi simili. L’Anief (Associazione nazionale insegnanti e formatori) aveva messo in luce che tra la rendicontazione dei progetti e l’erogazione delle risorse passavano diversi mesi. Di chi è la responsabilità? «I dirigenti dicono che spesso sono i soldi del ministero che non arrivano – racconta la sindacalista -, ma può essere che si tratti anche di un problema di lentezze interne agli istituti, causate da precarietà e tagli all’organico. Queste cose impediscono alle scuole di pagare subito». Va detto che per gli istituti il termine per la rendicontazione finale è il 15 ottobre, un mese dopo dovrebbero partire tutti i pagamenti rimasti. Molto dipende anche dal tipo di progetto a cui un docente ha partecipato: nella lotteria del Pnrr ci sono alcuni fortunati retribuiti subito, altri più sfortunati. In tutta la provincia Granda i sindacati Cgil, Cisl e Uil confermano di aver ricevuto lamentele e segnalazioni fino a poche settimane fa. Quanti sono? Nessuno si è occupato di contarli. «Ci siamo rivolti al ministero dell’Istruzione per chiedere aggiornamenti. I tempi tecnici ci sono, ma siamo ottimisti che arriveranno», conferma Cisl Scuola Cuneo. Il paradosso è che tra poche settimane riprenderanno le lezioni e sul conto di alcuni docenti cuneesi mancheranno ancora soldi che spettano loro di diritto. Tutto questo di fronte a spese e difficoltà organizzative che rendono il ritorno a scuola niente affatto gratuito. Se un docente è anche genitore, deve sostenere in media dai 580 euro ai 1.250 euro di libri (dati Agcm), 880-900 euro di mensa per figlio (indagine Cittadinanzattiva); una famiglia numerosa arriva a spendere anche 5 mila euro l’anno per la scuola dell’obbligo, come ha raccontato un papà a La Stampa nei giorni scorsi. «La disuguaglianza nasce anche sull’offerta formativa – prosegue De Simone -. Con il Pnrr le scuole sono state inondate di soldi, che però dovevano essere usati in fretta e con regole di spesa abbastanza definite. La conseguenza? Spesso non si ha avuto il tempo di fare analisi accurate dei bisogni di ciascuna scuola. Sono stati realizzati progetti sulla dispersione scolastica, per esempio i corsi di mentoring, oppure il potenziamento delle materie Stem. Però sono iniziative fatte per un anno e difficilmente hanno avuto un impatto significativo». Una sorta di beffa, in cui soldi e risorse «pensate per risolvere le disuguaglianze, in realtà non lo hanno fatto. Non avrebbero potuto farlo, considerato come è stato disegnato il Piano. Per questo non so quanto gli studenti ne abbiano beneficiato». Ancora peggio è andata per il personale Ata e al corpo docente: «Siamo stati travolti dalla burocrazia – prosegue -: da una parte il Pnrr ha invitato ad adottare delle buone pratiche, dall’altra le tempistiche erano strette, le segreterie non sempre preparate, senza contare i tagli del personale. Un po’ tutte le scuole della provincia di Cuneo hanno avuto difficoltà nella rendicontazione». Secondo Flc Cgil sono necessari soldi e riforme, ma «bisogna mettersi in testa che la didattica è da adeguare alle persone. La standardizzazione non risolve le cose; serve analizzare le necessità di ciascuna scuola, guardando il territorio dove è situata e il tessuto sociale da cui è composta».