Con il Rhine Group, Mario Draghi rilancia l’allarme sul futuro del continente. Ma la sfida va oltre il nuovo progetto: tra innovazione, investimenti, autonomia strategica e alleanze occidentali, l’Europa deve decidere se tornare protagonista degli equilibri globali o accettare l’irrilevanza. L’analisi di Gianfranco Polillo
Da un lato l’insensibità dei politici, dall’altro la tigna di intellettuali che non demordono. Si spiega così il nuovo tentativo di Mario Draghi. L’aver chiamato a raccolta personalità diverse nel tentativo di contribuire ad arginare il possibile declino europeo.
Diversi coloro che hanno risposto all’appello: grandi imprenditori, studiosi, uomini di Stato. Hanno già aderito il Nobel Philippe Aghion, l’ex presidente estone Toomas Hendrik Ilves, la presidente del Centre for Economic Policy Research Beatrice Weder di Mauro, la direttrice dell’Economist Zanny Minton Beddoes. E poi imprenditori tecnologici come Tobi Lütke di Shopify, Niklas Zennström di Atomico e Sebastian Siemiatkowski di Klarna. Ci sono inoltre figure di primo piano dell’industria europea, della ricerca e delle istituzioni.
La presenza italiana è tutt’altro che marginale. C’è Andrea Pignataro, fondatore e amministratore delegato di Ion Group; Lucrezia Reichlin, economista della London Business School; Francesco Giavazzi, professore emerito di economia alla Bocconi; e Francesco Decarolis, professore di economia alla Bocconi. A loro si aggiunge Vittorio Colao, già amministratore delegato di Vodafone e oggi vice chairman Emea di General Atlantic. Le iscrizioni restano, comunque, ancora aperte per altri volenterosi.














