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«Gli Stati Uniti continueranno a essere il leader del mondo libero, ma anche gli alleati dovranno prendere nuove responsabilità». È questa la tesi di David Petraeus, generale a quattro stelle dell’esercito statunitense, già comandante delle forze USA in Iraq e Afghanistan, ex comandante dello U.S. Central Command ed ex direttore della CIA, ora Chairman del KKR Global Institute, che con Andrew Roberts ha ripercorso quasi ottant’anni di dinamiche belliche nel suo ultimo "L’arte della guerra contemporanea. Dalla caduta del Nazismo al conflitto in Ucraina" (UTET).
Nel suo libro analizza quasi ottant’anni di guerre. Qual è la lezione principale da riscoprire?
«L’importanza della leadership strategica. Chi è al vertice deve avere la strategia giusta. E purtroppo spesso nella storia americana non ci siamo riusciti, o ci siamo riusciti troppo tardi. In Vietnam ci vollero tredici anni e, quando la trovammo, avevamo ormai perso il sostegno sul fronte interno. In Iraq, prima del surge, la nostra strategia era stata invalidata dalla guerra confessionale tra sunniti e sciiti. Il surge non fu soltanto un aumento delle truppe, ma soprattutto un surge di idee che ci permise di passare dal "clear and leave" al "clear and hold": liberare un’area, restarvi, proteggerla e solo dopo trasferirla alle forze irachene».








