Il problema dell’aborto viene oggi quasi sempre formulato come un conflitto tra diritti. Da una parte si colloca la posizione della donna, dall’altra la vita prenatale, e la questione viene ricondotta alla ricerca di un punto di equilibrio tra interessi contrapposti.

Questa impostazione, tuttavia, non è neutrale, perché presuppone già una determinata concezione dell’uomo e della persona. Anche la categoria moderna dell’autodeterminazione, o più precisamente della «libertà negativa», secondo l’insegnamento del professor Danilo Castellano, quando viene assunta come criterio ultimo, presenta un’aporia evidente.

Se ciascuno fosse misura esclusiva delle proprie scelte, resterebbe infatti da spiegare quale limite incontri la volontà individuale quando la sua decisione incide sull’esistenza di un altro soggetto. Prima del bilanciamento giuridico si pone, dunque, una domanda più radicale: che cosa è l’embrione? La risposta non può essere ricavata soltanto dal suo patrimonio genetico. Il dato decisivo consiste nel fatto che, dalla fecondazione, esiste un nuovo organismo umano, unitario e distinto dai due organismi da cui deriva, dotato di un principio interno di sviluppo.

L’embrione, in altri termini, non riceve dall’esterno la propria forma di sviluppo, come accade a un oggetto costruito. È invece il soggetto di un processo continuo nel quale si succedono lo stadio fetale, la nascita, l’infanzia e l’età adulta. Cambiano le dimensioni, le condizioni e le capacità operative, ma non cambia il soggetto al quale tali trasformazioni appartengono. Da qui nasce l’equivoco contenuto nell’espressione «persona in potenza», spesso utilizzata in questo ambito.