Le coalizioni non si costruiscono sommando sigle, leader e voti. Senza una visione condivisa sui grandi temi di governo, dal ruolo internazionale dell’Italia all’economia, il rischio è trasformare l’alleanza in un semplice strumento elettorale destinato ad alimentare instabilità e ingovernabilità. La riflessione di Giorgio Merlo

Se dovessimo dare un giudizio sul profilo delle due principali coalizioni che si contendono attualmente il potere nel nostro Paese non potremmo che arrivare a una conclusione abbastanza evidente nonché oggettiva. E cioè, non ci troviamo di fronte ad alleanze politiche e con una chiara cultura di governo ma, soprattutto a sinistra, si tratta di semplici alleanze/pallottolieri. Certo, sul versante dell’attuale maggioranza di governo la coerenza è, al momento, più credibile perché il tutto viene riassunto dalla personalità e dal carisma della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Sempreché il centrodestra non rincorra supinamente le posizioni, sempre più estremiste e provocatorie, del generale Vannacci.

Sul versante della coalizione di sinistra e progressista, invece, il tutto si riduce a un’armata elettorale – appunto, un pallottoliere – dove il cemento unificante è dettato esclusivamente dall’odio implacabile e consolidato nei confronti della premier. Si tratta di una costante, del resto, che nel campo della sinistra italiana si ripete quasi meccanicamente. La potremmo definire una costante storica che inizia nella prima repubblica con il Pci nei confronti della Democrazia cristiana e i suoi principali leader e statisti; prosegue contro la cosiddetta “discesa in campo” del capo di Forza Italia per poi esplodere in tutta la sua virulenza e violenza verbale contro Giorgia Meloni. Questa la situazione oggettiva dei fatti.